La dottrina economia mainstream, con la sua fede nell’efficienza dei mercati e nella razionalità degli agenti economici, assomiglia sempre più a una forma di pensiero magico travestito da scienza esatta. Nonostante le ripetute smentite della realtà – dalle bolle speculative alle crisi ricorrenti, dalle disuguaglianze crescenti al degrado ecologico – continua imperterrita a proclamare la sua presunta oggettività e universalità. Ma dietro l’eleganza formale dei suoi modelli matematici si cela una profonda disconnessione dal mondo reale, un’astrazione che confonde il possibile con il reale, il virtuale con l’attuale.
Proprio qualche giorno fa, infatti, mi sono trovato mio malgrado coinvolto in una discussione con un conoscente, amico di amici, economista di professione, noto per le sue posizioni ortodosse e per la sua visione cinica dell’esistenza. Si parlava dell’acuirsi delle disuguaglianze economiche e dei processi di redistribuzione della ricchezza nella storia dell’umanità. La discussione, complice la penombra alcolica, si è protratta per ore senza trovare spiraglio di convergenza, neppure un minimo di punto di incontro. E più venivano indebolite le sue tesi e più l’arroganza aumentava. Ad un certo punto, stanco di avere a che fare con gente che non capiva e forse non voleva proprio capire, decise di chiudere unilateralmente la discussione, affermando: “Adesso basta! La dovete finire con il vostro buonismo! Guarda che anche se redistribuissimo oggi tutta la ricchezza in modo perfettamente equo a ciascun cittadino, al centesimo, nel giro di meno di un secolo ci ritroveremmo esattamente nella stessa situazione di disparità. È la natura umana, è l’ordine naturale delle cose: alcune persone hanno più successo di altre, e le disuguaglianze sono il motore del progresso.” Poi, senza offrire a nessuno diritto di replica, ha preso e se ne è andato, con grande sollievo dei presenti.
Tuttavia, questa affermazione, pronunciata con tanta nonchalance, ha risuonato in me per tutta la notte. Non tanto per il suo contenuto – dopotutto, simili argomentazioni sono fin troppo comuni nel discorso economico mainstream – quanto più per le implicazioni che il mio stesso interlocutore sembrava dare per scontate o peggio ancora ignorare. Per un momento, decisi di smettere di oppormi a questo assioma e di provare ad accettare per un attimo il suo assunto di base.
Il pensiero di Derrida, infatti, mi invitava a decostruire quell’affermazione, a dedicargli una riflessione più profonda. Se è vero che, come affermava il filosofo francese, ogni affermazione è intrecciata in una rete invisibile di riferimenti e differenze che la precedono. Anche in questo caso, ciò che veniva esplicitamente detto portava con sé un carico implicito di significati non espressi, sollevando questioni latenti capaci di sfuggire in prima lettura o ad una lettura distratta. In quest’ottica, paradossalmente, ciò che un’affermazione non dice può rivelarsi più illuminante di ciò che esprime apertamente. Alla luce di questa prospettiva, la domanda che emergeva precedendo l’affermazione del nostro economista ortodosso mi avrebbe portato a pormi a mia volta una domanda per me del tutto inedita: “Se fosse vero che il mercato, lasciato a sé stesso, ripristinerebbe nel tempo una situazione di disuguaglianza di partenza, sarebbe davvero per il merito di alcuni e per l’inettitudine di altri? Cosa porta il mercato da una situazione di equilibrio verso il caos?”
Nel pormi questo quesito, le cause di questo fenomeno e il fenomeno stesso mi apparvero improvvisamente sotto una luce completamente diversa. Fu in quel momento che ebbi l’intuizione, ancora tutta da raffinare e verificare, da cui avrebbe preso vita questo articolo. L’idea di base è molto semplice: e se la tendenza alla disuguaglianza nei sistemi economici fosse paragonabile all’aumento dell’entropia nei sistemi fisici? Se, come in termodinamica, anche in economia (in particolar modo nelle economie capitaliste di mercato) esistesse una sorta di “freccia del tempo” che spinge inesorabilmente verso il disordine e la concentrazione, a meno che non intervengano forze esterne a contrastare questa tendenza? Se così fosse, per creare equilibrio all’interno del sistema, insomma per trasformare una pentola a pressione in un frigorifero, ci sarebbe bisogno di utilizzare energia esterna al sistema? ma di quanta energia ci sarebbe bisogno e da quale fonte dovremmo estrarla? e pertanto, le sacche di ordine e benessere che vediamo nel mondo da dove traggono l’energia per sfuggire all’entropia e rallentare se non invertire la freccia del tempo?
Questa serie di quesiti ha aperto la strada nella mia mente a una riflessione più ampia e articolata sulla natura dei nostri sistemi economici, sulle teorie che pretendiamo di usare per descriverli, e sulle possibilità di immaginare e costruire alternative più eque e sostenibili. In questo non troppo breve articolo (la sintesi non è un mio dono), vi propongo di esplorare insieme le implicazioni di questa analogia, sfidando alcuni dei dogmi più radicati dell’economia mainstream e proponendo una visione alternativa dell’economia come scienza umanistica e morale.
Partiremo da una critica serrata della teoria dei mercati efficienti, mostrando come questa “favola” matematica occulti le reali dinamiche di dissipazione e concentrazione all’opera nei sistemi economici. Esploreremo il ruolo paradossale dello Stato contemporaneo, indispensabile fonte di riequilibrio ma al contempo impotente di fronte alle logiche del mercato da cui è stato sussunto. Analizzeremo il processo di colonizzazione economica della vita, che riduce ogni aspetto dell’esistenza a mero calcolo di costi e benefici.
Ma cercheremo di non fermarci alla critica. Proveremo anche a proporre una visione alternativa dell’economia, fondata sui principi della cura, della sostenibilità e della partecipazione. Tracceremo la rotta per un’economia che sappia sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie non per amplificare le disuguaglianze, ma per pianificare collettivamente un futuro più equo e florido per tutti.
La favola dei mercati efficienti e il feticismo della coerenza formale
La teoria dei mercati efficienti (EMH) e le sue premesse irrealistiche
Al cuore dell’economia neoclassica vi è la teoria dei mercati efficienti (EMH) di Eugene Fama, secondo cui i prezzi di mercato incorporano sempre tutte le informazioni disponibili e riflettono i valori fondamentali delle attività (Fama, 1970). Ne consegue che nessun investitore può sistematicamente “battere il mercato”, se non per puro caso: i prezzi seguono un “random walk” imprevedibile e ogni scostamento dall’efficienza è rapidamente corretto dalle forze di mercato.
Questa teoria ha un’eleganza matematica seducente e si presta a raffinate formalizzazioni econometriche. Ma le sue premesse sono irrealistiche e le sue implicazioni controintutive. Essa infatti assume informazione perfetta, aspettative razionali, assenza di costi di transazione – condizioni che non si verificano mai nei mercati reali (Grossman & Stiglitz, 1980). E porta a conclusioni paradossali, come l’impossibilità di bolle speculative o di crisi sistemiche – conclusioni ampiamente confutate dalla storia economica.
Eppure, nonostante le critiche empiriche e teoriche (Shiller, 2000; Thaler, 2015) e le confutazioni subite dai fatti, talmente palesi e note da poter essere rilevabili anche da un non addetto ai lavori, l’EMH continua a godere di grande prestigio accademico e influenza politica.
Il paradosso dell’economia mainstream: il feticismo della coerenza formale a scapito della rilevanza empirica
Perché?
Come prima cosa, incarna perfettamente l’ideale di una scienza economica modellata sulle scienze naturali, con le sue leggi universali e le sue predizioni quantitative. Perché si presta a eleganti esercizi di coerenza formale, in cui tutto quadra perfettamente – a patto di accettare le premesse.
È qui che emerge il primo paradosso dell’economia mainstream: il feticismo della coerenza formale a scapito della rilevanza empirica. Pur di salvare l’eleganza dei modelli, si è disposti a sacrificare il realismo delle ipotesi. Si ragiona come se 2+2 facesse 5, e si è soddisfatti se i conti tornano – anche se il risultato non ha nulla a che vedere con la realtà.
La coerenza di un sistema teorico non è garanzia della sua verità
Ma la coerenza di un sistema teorico non è garanzia della sua verità. Come scriveva il filosofo Gilles Deleuze, “il ‘vero’ non si definisce né mediante la coerenza interna di un sistema di rappresentazioni, né mediante la sua conformità a un ‘oggetto’ in sé reale ed esteriore”. Un modello può essere internamente impeccabile e tuttavia completamente inadeguato a descrivere il mondo reale.
Questo è esattamente il caso dell’EMH e di gran parte della teoria economica standard. I suoi modelli sono costruzioni possibili, giochi logici che funzionano solo a patto di accettare le loro premesse – ma spesso queste premesse sono irrealizzabili o irrealistiche e le loro conclusioni contraddette dai fatti (Keen, 2011). Scambiano una favola ideologica per una descrizione scientifica della realtà che propugnano come un dogma indiscutibile in barba al principio di falsificabilità e a ciò che fa di una teoria una teoria scientifica.
L’entropia economica e la freccia del tempo
Per smascherare le illusioni dell’equilibrio economico, ci affideremo ad un’analogia che alcuni di voi potrebbero considerare un po’ ardita, ma che, come avrò modo di argomentare, a ben guardare non lo è affatto: il concetto di entropia in termodinamica.
In fisica, l’entropia è una misura del disordine di un sistema: più è alta, più il sistema è caotico e imprevedibile. Come ci dice il secondo principio della termodinamica, l’entropia di un sistema isolato tende sempre ad aumentare nel tempo, fino a raggiungere un massimo all’equilibrio termico.
Questo processo è irreversibile. Una volta aumentata, l’entropia non può spontaneamente diminuire. C’è una “freccia del tempo” nell’evoluzione dei sistemi fisici, che va dal passato (bassa entropia) al futuro (alta entropia). E l’aumento di entropia è associato a una diminuzione dell’energia utilizzabile per compiere lavoro utile: man mano che il disordine cresce, l’energia si disperde e si degrada.
Entropia, neghentropia e anti-entropia
Per comprendere meglio l’analogia tra sistemi fisici ed economici, è utile introdurre due concetti correlati all’entropia: la neghentropia e l’anti-entropia. La neghentropia, o entropia negativa, fu introdotta dal fisico Erwin Schrödinger per descrivere la capacità degli organismi viventi di mantenere e aumentare il loro ordine interno, estraendo energia e ordine dall’ambiente circostante. L’anti-entropia, invece, va oltre il semplice mantenimento dell’ordine: rappresenta la creazione attiva di nuove strutture organizzate e complesse. Mentre la neghentropia può essere vista come un bilancio a somma zero tra ordine interno e disordine esterno, l’anti-entropia implica una vera e propria creazione di ordine e complessità, si tratta di un bilancio a somma positiva, quello che in economia potremmo definire coe un ottimo paretiano.
L’analogia tra sistemi economici e sistemi termodinamici
Ora, cosa c’entra tutto questo con l’economia?
Come detto, ho cominciato a ragionare sul fatto che i sistemi economici (e in particolare quello capitalistico del cosiddetto “libero mercato”), pur con tutte le dovute differenze, siano anch’essi soggetti a una tendenza entropica intrinseca: una spinta irreversibile verso la disorganizzazione, la polarizzazione, la concentrazione del potere e della ricchezza.
Proprio come nei sistemi fisici, questa tendenza dà luogo a una “freccia del tempo economico” che va da uno stato di relativa equidistribuzione (bassa entropia) – nelle società semplici – a uno stato di crescente disuguaglianza (alta entropia) nelle società più complesse.
La tendenza intrinseca del capitalismo verso la disorganizzazione, la polarizzazione e la concentrazione del potere e della ricchezza
Si considerino alcuni dati empirici. Negli ultimi decenni, in quasi tutti i paesi avanzati si è assistito a una forte crescita della quota di reddito e ricchezza detenuta dall’1% e dallo 0,1% più ricchi, a scapito della maggioranza (Piketty, 2014). Negli Stati Uniti, ad esempio, la quota di reddito nazionale pre-tasse del top 1% è passata dall’11% nel 1980 al 20% nel 2016 (World Inequality Database, 2018). Nello stesso periodo, il rapporto tra il patrimonio mediano e quello medio è sceso dal 30% al 15%, indicando una crescente concentrazione della ricchezza (Wolff, 2017).
Questa polarizzazione non sembra essere un’aberrazione temporanea, ma una tendenza strutturale del capitalismo, alimentata da meccanismi di retroazione positiva come il rendimento del capitale, l’ereditarietà, il potere di mercato (Piketty, 2015). Più la ricchezza si concentra, più diventa facile per chi la detiene accumularne altra, attraverso investimenti, rendite, influenza politica. Si innesca così un circolo vizioso di disuguaglianza crescente, che ricorda da vicino il processo di aumento dell’entropia in un sistema fisico.
Esempi empirici: instabilità finanziaria
Un altro campo in cui l’analogia entropica sembra calzante è quello dell’instabilità finanziaria. Empiricamente, le crisi e i crolli non sono eventi eccezionali, ma fasi ricorrenti di un ciclo che sembra obbedire a una dinamica quasi-deterministica (Minsky, 1986; Kindleberger & Aliber, 2005). Ad una iniziale quiete e relativa stabilità, in cui gli asset tendono a vedere un riequilibrio tra valore reale e valore di mercato (bassa entropia) seguono periodi di euforia e inflazione degli asset (entropia crescente, come la fiamma che scalda la pentola) che sfociano inevitabilmente in improvvisi crash seguiti da panico e credit crunch (alta entropia), con una logica che ricorda la termodinamica del non-equilibrio (Arthur, 1999). E ogni crisi lascia dietro di sé un sistema più fragile e polarizzato, pronto per il prossimo collasso.
Un’ordine parassita che si nutre di disuguaglianza
Applicando i concetti di neghentropia e anti-entropia al contesto socio-economico globale, sembrerebbe emergere quindi una prospettiva illuminante sulla genesi delle dinamiche di disuguaglianza e sfruttamento. Potremmo infatti considerare gli individui e gli stati più ricchi come produttori di neghentropia a livello locale: essi mantengono e aumentano il loro ordine interno, il loro benessere e la loro complessità organizzativa, ma lo fanno a spese dei sistemi esterni.
In questa analogia, l’accumulo di ricchezza e il mantenimento di alti standard di vita nei paesi sviluppati può essere visto come un processo neghentropico che estrae energia e risorse – sia in senso letterale che metaforico – da individui meno abbienti e paesi in via di sviluppo. Questi ultimi, di conseguenza, sperimentano un aumento di entropia sotto forma di povertà, instabilità sociale e degrado ambientale. Questo processo riflette perfettamente il principio termodinamico secondo cui la diminuzione di entropia in un sistema (in questo caso, le nazioni più ricche e in particolare l’1% della popolazione) è sempre accompagnata da un aumento di entropia nell’ambiente circostante (le nazioni povere e il restante 99% della popolazione).
La ricchezza e l’ordine di cui gode una parte piuttosto esigua della popolazione mondiale sono quindi intrinsecamente legati al “disordine” e alla privazione di energia nei paesi in via di sviluppo. Tale visione ci offre una nuova prospettiva sulle disuguaglianze globali e sul concetto di sviluppo sostenibile. Suggerisce che un vero progresso globale non può basarsi semplicemente sull’estrazione neghentropica da parte di pochi a spese di molti, ma deve mirare a una produzione di anti-entropia a livello sistemico, creando strutture economiche che generino ordine e benessere in modo più equo e distribuito.
L’anti-entropia, intesa come produzione di eterogeneità attraverso processi di organizzazione, può essere vista come l’essenza stessa della creazione di valore economico. In quest’ottica, un’economia veramente sostenibile non si limiterebbe a bilanciare entropia e neghentropia in un gioco a somma zero, ma mirerebbe attivamente alla produzione di anti-entropia: organizzazione, diversificazione, e creazione di strutture complesse ma ordinate. Questo ci porta a riconsiderare il concetto stesso di valore economico, non più come mera espressione di scarsità o utilità, ma come misura della capacità di un sistema economico di generare e mantenere ordine complesso in un universo tendente al disordine.
L’entropia economica come realtà e non come metafora
Questi sono solo alcuni esempi di come le economie reali siano attraversate da spinte entropiche che le allontanano dall’equilibrio e dall’efficienza. Spinte che non sono anomalie da correggere, ma tendenze intrinseche da riconoscere e governare (Prigogine & Stengers, 1984). L’entropia economica non è una metafora, ma una realtà: la freccia del tempo del capitalismo punta verso il disordine e la disuguaglianza e non verso l’armonia e la giustizia mentre l’azione negantropica delle nazioni ricche e ceti più abbienti esaspera ed accellera il divario restituendo alla maggioranza dell’umanità e della biosfera un mondo depauperato e in crisi. Questo, rebus sic stantibus, è un dato di fatto e in mancanza di nuove evidenze non credo possa essere messo in discussione.
Il ruolo dello Stato e il paradosso della regolazione
La funzione di riequilibrio e stabilizzazione dello Stato
Di fronte a queste tendenze dissipative, qual è il ruolo dello Stato? La teoria economica standard lo vede come un mero correttivo dei “fallimenti del mercato”, chiamato a intervenire solo quando l’allocazione spontanea delle risorse si rivela inefficiente (Pigou, 1920). Ma la realtà è molto più complessa e contraddittoria.
Da un lato, lo Stato svolge effettivamente un’essenziale funzione di riequilibrio e stabilizzazione, contrastando le spinte entropiche del mercato (Polanyi, 1944). È lo Stato che fornisce i beni pubblici, la protezione sociale, le regole e le infrastrutture senza le quali il mercato non potrebbe nemmeno esistere. Ed è lo Stato che, nei momenti di crisi, interviene come prestatore di ultima istanza, socializzando le perdite e iniettando liquidità per evitare il collasso del sistema (Minsky, 1986).
La cattura dello Stato da parte degli interessi del mercato
Dall’altro lato, però, lo Stato è spesso catturato e subordinato agli interessi del mercato, invece di regolarli nell’interesse collettivo (Stigler, 1971). Le grandi corporations e i rentiers usano il loro potere economico e le loro lobbies per influenzare le decisioni pubbliche, ottenere trattamenti di favore, per scaricare sulle collettività i costi delle loro scommesse (Gilens & Page, 2014). Lo Stato diventa così uno strumento di amplificazione, invece che di correzione, delle tendenze entropiche del capitalismo.
Il paradosso dello Stato nel capitalismo contemporaneo: indispensabile, dannoso e impotente
In un’economia sana, Stato e mercato dovrebbero essere come due forze uguali e contrapposte che, se si equivalgono, mantengono il sistema in equilibrio e lo rendono efficiente. Se ci pensate bene, è un po’ come l’equilibrio tra reazioni termonucleari e gravità all’interno di una stella: se una delle due forze prevale troppo sull’altra, il sistema collassa su sé stesso o esplode. Allo stesso modo, se lo Stato è troppo debole, l’economia cade preda delle tendenze entropiche del mercato, con risultati distruttivi; ma se è troppo invadente, soffoca l’innovazione e l’iniziativa privata e la fa implodere.
Idealmente, lo Stato dovrebbe quindi svolgere una funzione di bilanciamento e di regolazione delle dinamiche mercantili, orientandole al bene comune. Da un lato, dovrebbe fissare le regole del gioco e farle rispettare, garantendo la concorrenza, la trasparenza, i diritti. Dall’altro, dovrebbe intervenire attivamente per correggere gli squilibri, redistribuendo la ricchezza, investendo nei beni pubblici, stabilizzando il ciclo economico. Come un saggio timoniere, dovrebbe sfruttare il vento del mercato per spingere la nave della società nella direzione desiderata.
Il problema sorge quando, come accade oggi in modo sempre più evidente, la sfera pubblica viene essa stessa colonizzata dalle logiche mercantili e l’energia politica (e con essa i soldi pubblici) viene spesa per interessi privati invece che per il bene collettivo. È la situazione che l’economista George Stigler aveva definito come “regulatory capture” (che in italiano potremmo tradurre come “cattura del regolatore”): i grandi attori economici usano il loro potere – finanziario, mediatico, relazionale – per influenzare le decisioni pubbliche a proprio vantaggio, ottenendo norme compiacenti, trattamenti fiscali di favore, commesse e sovvenzioni.
In questo contesto, come dicevamo, lo Stato non riesce più a svolgere la sua funzione di contrappeso e di indirizzo, ma diventa un mero strumento al servizio del mercato. Invece di regolare il gioco nell’interesse di tutti, finisce per giocare esso stesso la partita, schierandosi dalla parte dei pochi e imponendo a tutti le regole dettate dai giocatori più forti. Si crea così un circolo vizioso in cui il potere economico si converte in potere politico e viceversa, con una progressiva erosione della democrazia e della sovranità popolare.
Basti pensare a come, in nome della “competitività” e della “fiducia dei mercati”, i governi di ogni colore si affrettino a smantellare le tutele del lavoro, a tagliare la spesa sociale, a privatizzare i servizi pubblici, spesso contro la volontà dei loro stessi cittadini; o a come le grandi corporation riescano a dettare le priorità della ricerca scientifica, orientandola verso tecnologie più redditizie per loro stesse che utili per i problemi più urgenti della collettività; o ancora, a come la politica divenga essa stessa un “mercato” in cui le decisioni sono comprate e vendute, senza più nemmeno il pudore di nasconderlo dietro a un velo di pubbliche virtù.
Emerge qui, nei cosiddetti fallimenti dello Stato, il paradosso profondo del rapporto tra quest’ultimo e il mercato nel capitalismo contemporaneo: lo Stato è al tempo stesso indispensabile, dannoso e impotente. Indispensabile per assicurare le condizioni di possibilità e di riproduzione del mercato; ma dannoso e impotente nel governarlo politicamente, perché sempre più asservito alla sua logica e diluito in termini di potere dalla prospettiva globale che i mercati, la finanza e l’economia hanno assunto. Un paradosso che riflette la contraddizione di fondo di un sistema in cui l’economia, da mezzo, è diventata il fine ultimo della società, colonizzando ogni altra sfera di valore, non riconoscendo nessuna autorità se non sé stessa.
La colonizzazione economica della vita
L’espansione della sfera economica e la sottomissione di ogni aspetto dell’esistenza alla razionalità del mercato
Questa inversione di mezzi e fini è il risultato di un processo storico di espansione della sfera economica e di progressiva sottomissione di ogni aspetto dell’esistenza alla razionalità del mercato (Polanyi, 1944). Un processo che ha radici antiche – si pensi all’etica protestante e allo “spirito del capitalismo” analizzati da Max Weber (1905) – ma che ha subito una formidabile accelerazione negli ultimi decenni, con la globalizzazione neoliberista e la rivoluzione digitale.
Oggi, la logica del profitto e dello scambio pervade ogni ambito della vita sociale, dalla cultura alla scienza, dalla politica alle relazioni personali (Sandel, 2012). Tutto tende a essere valutato in termini di costi e benefici monetari, di ritorno sull’investimento, di massimizzazione del tornaconto personale preferibilmente in un’ottica di brevissimo termine. L’individuo stesso è ridotto a sottoprodotto della società dei consumi, costantemente impegnato a massimizzare il suo valore di mercato e a competere con gli altri per accaparrarsi risorse scarse (Foucault, 2004).
Le conseguenze psicologiche ed esistenziali dell’economicizzazione della società
Questa “economicizzazione” della società ha conseguenze profonde non solo sul piano materiale, ma anche su quello psicologico ed esistenziale. L’erosione dei legami di solidarietà e di cura, la crescente insicurezza e precarietà, lo stress e le malattie mentali, l’impoverimento culturale e l’omologazione, il senso di alienazione e sdoppiamento quando non c’è più corrispondenza tra ciò che si fa e ciò in cui si crede: sono tutti sintomi di un malessere diffuso alimentato dalla sottomissione di ogni sfera di valore alla razionalità economica.
La mercificazione della vita stessa: “Value of a Statistical Life”
Milton Friedman è stato uno degli economisti più influenti degli ultimi 50 anni, le sue dottrine economiche e quelle della Scuola di Chicago, di cui è stato figura di spicco, hanno influenzato in maniera preponderante l’evoluzione della nostra società ben oltre la sfera economica. Questa influenza pervasiva rende ancora più allarmanti alcune delle sue posizioni più estreme. In particolare, dovrebbe farci riflettere come la sua posizione sul valore economico della vita umana rappresenti forse l’esempio più inquietante di come la logica del profitto possa colonizzare anche le sfere più intime e sacre dell’esistenza.
In un noto intervento televisivo, Friedman, sollecitato da una domanda dal pubblico, affronta direttamente il caso della Ford Pinto degli anni ’70. Nel caso in questione, l’azienda Americana decise di non richiamare auto con difetti di progettazione potenzialmente letali basandosi su una semplice analisi costi-benefici. In particolare l’azienda scelse di risparmiare poche decine di dollari per esemplare e scoperto il problema, invece di ritirare le auto dal mercato, stimati il numenro dei potenziali morti e il costo delle assicurazioni, trovo economicamente più conveniente non intervenire e pagare i 200.000 dollari previsti in caso di morte del conducente edei passeggeri.
Partendo da questo esempio controverso, Friedman sostiene il principio secondo cui la vita umana può e deve essere quantificata economicamente per guidare le decisioni politiche e aziendali. Secondo la sua logica, questo valore economico della vita, derivato da studi sul mercato del lavoro e sui premi di rischio salariali, dovrebbe essere utilizzato per valutare l’efficacia delle normative sulla sicurezza e altre politiche pubbliche. Friedman argomenta che è insostenibile considerare ciascuna vita umana di valore infinito, poiché ciò porterebbe a decisioni economicamente irrazionali, come spendere tutte le risorse disponibili per salvare una singola vita a discapito di tutto il resto.
Questa posizione, coerente con la sua famosa affermazione del 1970 che “la responsabilità sociale dell’impresa è aumentare i propri profitti”, solleva profonde questioni etiche sulla priorità che diamo ai valori economici rispetto a quelli umani nella nostra società. Sebbene Friedman sostenga che questo non sia un giudizio morale sulla vita, ma un approccio puramente economico, la sua argomentazione rischia di ridurre l’esistenza umana a un mero calcolo costi-benefici, ignorando aspetti fondamentali della dignità e del valore intrinseco di ogni individuo. Il fatto che usi il caso della Ford Pinto non per criticare questa logica aziendale, ma come punto di partenza per giustificare un approccio economico alla valutazione della vita umana, rende la sua posizione ancora più inquietante e controversa.
Poco importa che questa logica economicistica venga ridotta, come nel caso della Pinto, al dovere di informare il consumatore da parte della Ford e al diritto dello stesso di acquistare comunque l’auto se lo vuole. Secondo Friedman, il consumatore, debitamente informato del rischio, deve poter essere lasciato libero di scegliere se risparmiare anche a costo della propria vita. Perchè, ciò che interviene, come nel caso della casa automobilistica, è il calcolo razionale del costo beneficio e pertanto del valore egli stesso attribuisce alla sua vita e alla probabilità che quel rischio gli sia fatale.
Anche in questo caso sembrerebbe di trovarci davanti ad un ragionamento coerente e razionale. Peccato che, ancora una volta, l’assunto di base si fondi su premesse totalmente irrealistiche. La presunta razionalità dell’agente economico, così come la capacità di ragionamento e la libertà del consumatore medio come abbiamo visto appartengono più alla sfera del “credo” e del “mito” piuttosto che a quella della realtà.
La verità è che ben pochi consumatori, anche debitamente informati, fanno questo tipo di ragionamento. Pertanto, eliminando qualsiasi tutela se non il diritto di essere informato dei rischi (nei limiti delle prescrizioini di legge), non si farebbe altro che aprire la porta alla barbarie, legittimando, come spesso accade, lo sfruttamento dei più vulnerabili sotto il pretesto della libera scelta informata.
Quando anche il valore di un’esistenza umana viene ridotto a un prezzo, stimato con metodi quantitativi come nella dottrina del “Value of a Statistical Life”, siamo di fronte a un inquietante ribaltamento assiologico. Non è più l’economia a essere un mezzo per la fioritura della vita, ma è la vita a diventare uno strumento per il dispiegarsi della razionalità economica. Un mondo in cui ogni cosa ha un prezzo, ma niente ha più valore se non quello che gli attribuisce il mercato.
Contro questa mercificazione integrale dell’umanità, occorre opporre una riscoperta dell’etica come bussola del nostro agire economico e del valore intrinseco della vita come orizzonte di senso. Solo così potremo sperare di costruire un’economia a misura d’uomo, invece che dover plasmare un uomo a misura d’economia.
L’economia come matrice che plasma la realtà sociale nel suo complesso
Guardando a cosa è accaduto e a come la logica economica abbia colonizzato l’intera esistenza, parlare dell’economia come di un sottosistema separato perde di senso. In questo contesto l’economia non rappresenta più una sfera accanto alle altre, ma viene innalzata al ruolo di matrice che plasma la realtà sociale nel suo complesso. Questo rende ancora più urgente ripensarne i fondamenti, se non vogliamo scivolare verso un’entropia generalizzata della vita, in cui tutto si dissolve nell’indistinzione dello scambio e del calcolo e in cui mezzi e fini, merito e demerito, desiderabilità o indesiderabilità si ribaltano, esaltando e incentivando le qualità umane più spregevoli ed odiose.
Per una nuova economia politica: la collettività come agente di anti-entropia
La necessità di rimettere in discussione i dogmi del nostro tempo
Come invertire questa tendenza? Come costruire un’economia che sia al servizio della società, invece che il contrario? La risposta, credo, non può che essere politica nel senso più alto del termine. Richiede di rimettere in discussione i dogmi indiscussi del nostro tempo – il mercato come orizzonte insuperabile, la crescita come misura del benessere, la competizione come motore del progresso, la democrazia di rappresentanza come miglior forma di governo – e di riscoprire la possibilità non solo di scegliere collettivamente il nostro destino ma di cambiare il modo in cui lo facciamo.
Immaginare un nuovo rapporto tra collettività e mercato, in cui la prima governi strategicamente il secondo nell’interesse comune
Ciò non significa negare il ruolo del mercato o demonizzare il profitto in quanto tale, ma riportarli nei loro limiti di mezzi, subordinandoli a fini socialmente definiti (Sen, 1999). Significa immaginare un nuovo rapporto tra Stato (inteso come collettività) e mercato (inteso come strumento al servizio della stessa), in cui il primo non sia né assente né asservito, ma eserciti consapevolmente una funzione di indirizzo e governo del secondo nell’interesse collettivo.
La necessità di utopie concrete
Già Keynes (1936), quasi un secolo fa, aveva intuito la necessità di una “socializzazione dell’investimento” e di una “eutanasia del rentier” per stabilizzare il capitalismo e orientarlo verso la piena occupazione. Oggi, di fronte alle sfide epocali della rivoluzione digitale e della crisi ecologica, quella intuizione va ripresa e attualizzata in un progetto di economia mista, che sappia sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie per armonizzare le forze di mercato per convergere verso la costruzione del bene comune (Spence, 2021; Morozov, 2019).
Immaginiamo uno Stato che, invece di farsi catturare dalle lobbies degli oligopoli globali, abbandono questa favola delle api in salsa moderna delle privatizzazioni e della deregulation come soluzione a tutti i mali del mondo, che favorisca un governo comune delle risorse chiave – dall’energia alla finanza, dall’acqua all’istruzione, dalla salute fino alle infrastrutture materiali e immateriali – trattandole per quello che sono: dei commons; Uno Stato che sappia orientare l’innovazione verso obiettivi di sostenibilità e inclusione; che usi la leva degli appalti pubblici e delle politiche industriali per creare e diffondere tecnologie verdi e sociali (Foray, 2013). Che lo faccia finanziando e favorendo la nascita di piattaforme digitali pubbliche partecipative con governance distribuita in alternativa ai monopoli/oligopoli privati e all’elefantiasi estrattiva delle Big Tech. Che sperimenti forme di reddito universale e riduzione dell’orario di lavoro, liberando tempo per la cura, la cultura, la cittadinanza attiva (Van Parijs & Vanderborght, 2017; Keynes 1930).
Il ruolo delle nuove tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale strumento dell’intelligenza connettiva al servizio dell’intelligenza collettiva
Non sono utopie irrealizzabili, ma possibilità concrete che già si sperimentano in diverse parti del mondo. Direzioni di un nuovo mondo possibile, che sta a noi far emergere dalle contraddizioni del presente (Wright, 2010). Certo, non sarà un percorso facile né lineare: richiederà lotte, conflitti, sperimentazioni coraggiose. Ma è l’unica via per sfuggire all’entropia del capitalismo e costruire un’economia della neghentropia, che generi ordine invece di caos, cooperazione invece di competizione, cura invece di rapina e predazione.
In questo processo, le nuove tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale possono essere alleati preziosi, se sottratte al dominio del mercato e messe al servizio dell’intelligenza collettiva (Morozov, 2019). Già oggi, applicazioni come i “digital twin” permettono di simulare in modo dettagliato il funzionamento dei sistemi economici e di testare l’impatto di diverse politiche (Butera et al., 2022). Domani, potrebbero aiutarci a pianificare in modo partecipativo e dinamico la produzione e la distribuzione delle risorse, superando i limiti sia del mercato sia del comando burocratico (Phillips & Rozworski, 2019). A patto, naturalmente, di governarle democraticamente e di orientarle verso il bene comune, invece che lasciarle in mano a pochi monopolisti privati (Mazzucato, 2021).
La necessità di un profondo mutamento culturale e di una nuova idea di umanità
Ma la tecnologia non è che uno strumento: da sola non basta a cambiare il sistema. Serve un profondo mutamento culturale, che rimetta al centro della nostra visione del mondo e di noi stessi valori come la solidarietà, la cura, la dignità, la bellezza; una riscoperta dell’etica come bussola del nostro agire individuale e collettivo, invece che come ostacolo da aggirare in nome del profitto. Occorre, in definitiva, una nuova idea di umanità, che non si riduca a mero ingranaggio della megamacchina economica ma si riconosca come soggetto autonomo e relazionale, portatore di un progetto di emancipazione e di senso; un’umanità che finalmente “échappe de la machine” trovando le sue “linee di fuga” emancipandosi dal rituale ricorsivo e al linguaggio, e quindi ai concetti, a cui la liturgia economicocentrica ci riporta csotantemente.
La collettività come agente di anti-entropia
In un’economia politica ripensata in chiave antientropica, il concetto di forza collettiva diventa centrale. Questa forza, generata dalla cooperazione e dall’interconnessione tra le persone, può agire come un potente agente di anti-entropia, contrastando le tendenze al disordine e alla disgregazione proprie dei sistemi economici lasciati al “libero” gioco del mercato.
La novità di questo approccio sta nel riconoscere che la soluzione all’entropia economica non debba necessariamente passare per un’estrazione sempre maggiore di risorse dall’esterno (neghentropia), che spesso si traduce in sfruttamento e disuguaglianze crescenti. Al contrario, la forza collettiva può generare energia e valore attingendo a potenzialità interne al sistema, spesso trascurate o sottoutilizzate dal mercato.
Pensiamo all’enorme ricchezza di conoscenze, competenze, relazioni che esistono nelle nostre società, ma che non trovano modo di esprimersi pienamente nelle logiche competitive e individualiste dominanti. Questo “capitale morto”, per usare l’espressione dell’economista De Soto, se mobilitato attraverso forme di cooperazione e di intelligenza collettiva, potrebbe diventare una fonte inesauribile di innovazione sociale e di benessere condiviso.
Ciò che rende questo approccio particolarmente promettente è che esso non viola le leggi della termodinamica, ma sfrutta la complessità dei sistemi sociali per ottimizzare l’uso delle risorse. Le società umane, infatti, sono sistemi aperti e non-lineari, capaci di auto-organizzarsi e di far emergere proprietà nuove dalle interazioni tra le parti. Sfruttare queste proprietà per generare ordine e valore, contrastando le spinte entropiche, è la sfida di un’economia dell’anti-entropia.
Per realizzare questa visione, occorre una transizione da un’economia estrattiva, basata sulla massimizzazione del profitto di breve termine, ad un’economia generativa, basata sulla creazione di valore condiviso e sulla rigenerazione delle risorse nel lungo periodo. Questo richiede di ripensare gli indicatori economici, le forme di impresa, le politiche pubbliche, mettendo al centro l’antifragilità, la cooperazione, la partecipazione.
Alcune direzioni possibili sono lo sviluppo di piattaforme cooperative, di catene del valore circolari, di sistemi di ottimizzazione dei flussi finanziari basati su data pooling e creazione di digital twins per l’analisi degli impatti e la prevenzione delle crisi, di nuove forme di proprietà e di governo dei beni comuni. Ma soprattutto, si tratta di valorizzare e potenziare le forme di intelligenza collettiva e di creatività sociale che già emergono nelle pratiche di mutuo aiuto, di cura, di innovazione dal basso.
Sviluppare queste intuizioni in un quadro teorico e pratico coerente è una sfida appassionante per il pensiero economico eterodosso. Richiede di attingere a tradizioni diverse – dall’ecologia all’economia civile, dalla teoria dei sistemi alla democrazia radicale – per costruire una sintesi nuova e trasformativa. Se sapremo raccogliere questa sfida, potremo forse gettare le basi per un’economia realmente al servizio della vita e delle persone, capace di generare benessere per tutti a partire dalla potenza creativa delle relazioni umane.
Dall’economia della dissipazione all’economia della cura
In questo articolo abbiamo delineato una critica dell’economia mainstream e della sua fede nel mercato, a partire da un’analogia con il concetto fisico di entropia. Abbiamo argomentato che i sistemi economici siano soggetti a una tendenza intrinseca al disordine, alla polarizzazione, alla crisi, che le cosiddette teorie dell’equilibrio tendono a occultare; e di come questa tendenza sia oggi amplificata dalla crescente colonizzazione di ogni sfera della vita da parte della presunta “razionalità” economica e da quella ricerca di una “efficiency” ad ogni costo che si rivelano inevitabilmente strategie miopi che nascondono interessi individuali di brevissimo termine incapaci di produrre benessere collettivo.
Di fronte a questa “economia della dissipazione”, abbiamo proposto la necessità di una nuova economia politica, che rimetta al centro la dimensione etica e la partecipazione democratica (Sen, 1999). Un’economia in cui lo Stato, invece di farsi catturare dal mercato, torni ad essere colettività, una forza antientropica che ne orienti strategicamente l’evoluzione verso obiettivi di sostenibilità, equità e benessere duraturo e condiviso. Un’economia che sappia sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie per pianificare collettivamente il nostro futuro, che invece di lasciarlo in balia dell’anarchia del profitto nella vana attesa di una meramente teorica eterogenesi dei fini; che ci permetta di perseguire logiche di lungo termine vocate ad uno sviluppo davvero sostenibile e in armonia con il pianeta che ci ospita.
Questa visione lungi dal pretendere di essere una ricetta definitiva, ma vuole essere solo un orizzonte di possibilità da esplorare e costruire insieme. La sua forza non risiede nella coerenza formale dei modelli, ma nella capacità di rispondere ai bisogni profondi e alle aspirazioni di una umanità in cerca di senso e di giustizia. La sua scommessa è che un’altra economia è possibile e che saremo in grado di costruirla sulle ceneri del vecchio solo se sapremo liberare l’immaginazione, organizzare la speranza ed aprirci alla provvidenza.
Possediamo solamente quello che siamo capaci di cambiare, tutto il resto, inevitabilmente, finisce solo per possederci.
Cambiare l’economia significa cambiare noi stessi nel nostro rapporto con gli altri, riscoprirci come esseri umani, concittadini e co-creatori di mondi, mai più polvere della storia, mai più oggetti di un destino già scritto, ma protagonisti di una storia ancora tutta da scrivere. Soggetti e agenti che insieme possono immaginare un finale differente da quello che tremendo sembra comporsi davanti ai nostri occhi, nel silenzio del nostro complice immobilismo, nella scomparsa del senso smarrito lungo il viale di una distrazione; ma che potranno riuscirci solo se saranno in grado di costruire una vera e propria “coscienza del noi”; se, come ci insegna Ernst Bloch, sapranno coltivare insieme un’immaginazione utopica concreta e “sognare in avanti” un’economia finalmente a misura della nostra umanità, lottando con coraggio per realizzarla a partire dalle contraddizioni del presente.
Un’economia non più fondata sull’astrazione del valore di scambio e sull’accumulazione fine a sé stessa, ma sulla concretezza dei valori e sulla cura della vita in tutte le sue forme; che metta al centro l’equità, la coesione sociale, la rigenerazione ecologica, la bellezza diffusa, la cooperazione tra i popoli, la diversità e il confronto come motori attraverso cui crescere insieme; un’economia che, parafrasando il pensiero del filosofo francese Fabrice Flipo, in cui la sobria felicità di tutti conta più dell’ebbrezza consumistica di pochi.
Non sappiamo se ci riusciremo, né quanto tempo ci vorrà. Perché, come ci ha insegnato Antonio Gramsci, la sfida del nostro tempo è riuscire a connettere il pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. Analizzare lucidamente le contraddizioni e i rischi del sistema economico attuale, senza per questo rinunciare a immaginare e costruire alternative. Coltivare insieme realismo critico e speranza trasformativa.
E allora, forse un giorno, potremo dire di aver vinto la nostra battaglia più importante: restituire all’economia il suo senso originario di governo della casa comune.
A quel punto, per ognuno noi, sarà proprio come risvegliarsi da un lungo sonno, aprire le porte della prigione anatomica che ci siamo cuciti addosso e varcare la soglia della cella che per decenni abbiamo arredato con cura. Nello scorrere di un istante scopriremo che là fuori, appena oltre lo stipite socchiuso, ci sono ancora il calore del sole, l’ebrezza del vento e la meraviglia del mondo. Che tutto ciò che costantemente ci affannavamo a cercare in fondo era sempre stato lì, esattamente dove lo avevamo lasciato. Capiremo così che era l’illusione del possesso a possederci, che abbiamo confuso lo stordimento con il piacere, la contentezza con la felicità, l’oppressione con la pienezza. Solo allora realizzeremo, con la certezza di averlo sempre saputo, che siamo ancora capaci di stupire e di stupirci, di sostenere chi ci sta accanto e accettare il loro sostegno, di essere ancora vivi e in grado di esserci, consapevoli che nessuno da solo può bastare a se stesso, che insieme possiamo ancora incidere e fare la differenza.