Oltre la sovranità: dati, algoritmi, sussidiarietà e mutualità digitale

«Tra i beni che sono universalmente destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. Quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni.» Leone XIV, Magnifica Humanitas (15 maggio 2026)

«Il potere di costruire il proprio mondo è il vero potere, e le reti hanno la capacità di farlo. La domanda è chi le programma, chi le possiede, e chi ha accesso ai loro contenuti.» Manuel Castells, Communication Power (Oxford University Press, 2009)

Il sistema liberal-capitalistico ha fin dalla sua nascita attraversato diverse fasi legate indissolubilmente all’evoluzione tecnologica e alla modifica degli equilibri di potere associati alle modalità concrete attraverso cui il capitale riproduce se stesso. In ciascuna di queste fasi cambia il fondamento produttivo su cui si organizza l’accumulazione, e ogni trasformazione rimette in discussione le forme istituzionali capaci di custodire la sovranità di chi contribuisce a generarlo.

Nell’Ottocento industriale il fulcro è stato il lavoro umano organizzato nelle fabbriche, e la questione storica che ne è derivata è stata quella della titolarità del prodotto del lavoro. Nel Novecento finanziario il baricentro si è spostato sul credito allocato dagli istituti, e la questione è diventata quella della direzione impressa allo sviluppo economico attraverso la scelta su chi finanziare e chi escludere. Oggi, nel capitalismo informazionale che Manuel Castells aveva descritto nei suoi tratti essenziali già negli anni Novanta del secolo scorso, il centro della produzione di valore è costituito dal dato — e, con esso, ed è questa la novità che merita di essere pensata fino in fondo, dall’intelligenza che sui dati si genera.

A ciascuna di queste fasi le persone hanno reagito organizzandosi — o provandoci — per non essere assorbite dalla forma del capitale che ridefiniva le loro condizioni di vita. Sono così emersi anticorpi sociali — il sindacalismo operaio, l’associazionismo cattolico, le società di mutuo soccorso, le casse rurali, le prime cooperative di produzione e di consumo — non come costruzioni teoriche progettate dall’alto, ma come risposte storiche generate da chi si trovava esposto alla compressione salariale della fabbrica, all’usura agraria, all’esclusione dal credito, alla precarietà migratoria. Nella forma associativa quelle persone hanno trovato un modo per restituirsi reciprocamente una quota di sovranità che il capitalismo industriale, lasciato alla propria dinamica spontanea, tendeva a sottrarre.

Lo stesso processo si è riprodotto, in forme diverse, davanti all’accentramento finanziario del Novecento. Le banche popolari, le casse rurali, il credito cooperativo nato dal cattolicesimo sociale italiano sono stati gli strumenti attraverso cui le comunità territoriali hanno cercato di difendersi dall’esclusione finanziaria prodotta dalla concentrazione del capitale e dalla marginalizzazione delle economie minori.

La cooperazione italiana non nasce dall’invenzione di riformatori sociali illuminati. Nasce come uno di questi anticorpi storici: una forma giuridica, economica e culturale generata dal basso per contrastare la concentrazione capitalistica senza aderire né al paradigma statalista né a quello liberista.

Una comunità che custodisce, dentro la propria architettura associativa, un’intuizione che la storia successiva avrebbe più volte confermato: che la libertà economica delle persone non si difende né attraverso il dominio del mercato né attraverso quello dello Stato, ma attraverso la capacità delle persone stesse di organizzarsi mutualisticamente.

Davanti all’accentramento informazionale del nostro tempo, un anticorpo equivalente non si è ancora pienamente consolidato — ed è precisamente di questo che andremo a discutere. La tesi che vorrei sostenere, in questo scritto, è che non occorra inventarlo da zero: l’architettura istituzionale necessaria esiste già, codificata da oltre centotrent’anni nel diritto cooperativo italiano, e attende soltanto di essere riconosciuta dal soggetto storico che la incarna come capace di estendersi al terreno dei dati, dei modelli e dell’intelligenza artificiale.

Il movimento cooperativo italiano incarna già molte delle caratteristiche istituzionali richieste dal nostro tempo, ma fatica ancora a riconoscerne pienamente la possibile portata del proprio ruolo nel campo della sovranità informazionale. È ciò che in questo articolo chiamerò la forza non nominata: una posizione di sistema che esiste, opera, possiede fondamento giuridico e legittimazione dottrinale, ma che il soggetto storico che la esprime non ha ancora assunto fino in fondo come parte della propria funzione.

Il rischio del nostro tempo, in questo senso, non è occulto. La tendenza del capitalismo alla concentrazione oligopolistica e monopolistica è una costante storica, che nel capitalismo informazionale assume forme più rapide, pervasive e difficilmente reversibili. Il punto decisivo è che le posizioni di sistema non restano vuote. Se il movimento cooperativo non riconoscerà il ruolo che potrebbe esercitare in questo spazio storico, quello spazio verrà comunque occupato: dallo Stato secondo logiche di sorveglianza e vigilanza, da soggetti privati secondo logiche estrattive, o da attori esteri portatori di priorità economiche e politiche non necessariamente coincidenti con quelle italiane. In una rete in tensione, gli spazi di coordinamento tendono sempre a essere occupati da qualcuno e nell’attuale assetto economico spesso vengono occupati in maniera predatoria e opportunistica.

Il 15 maggio scorso un elemento nuovo, apparentemente discreto ma tutt’altro che marginale, si è aggiunto a questa discussione. Papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima lettera enciclica, Magnifica Humanitas, interamente dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale; e al paragrafo sessantasette di quel testo ha collocato algoritmi, piattaforme e dati all’interno della categoria della destinazione universale dei beni.

Sul piano dottrinale, Leone XIV compie così un gesto che converge con percorsi teorici e giuridici maturati altrove negli ultimi decenni: con il lavoro empirico di Elinor Ostrom sulle governance cooperative dei commons; con l’impianto normativo introdotto dal Regolamento europeo 868/2022 sul Data Governance Act; con il contributo che il professor Fabio Bravo, dell’Università di Bologna, ha portato nella dottrina giuridica italiana, in particolare attraverso il volume EU Data Cooperatives del 2024.

Tre linguaggi differenti — quello dell’economia istituzionale, quello del diritto europeo, quello della dottrina sociale della Chiesa — convergono così sulla medesima intuizione, e la convergenza non è casuale: i commons digitali richiedono forme di governance cooperativa, perché né lo Stato, orientato alla vigilanza, né il mercato, orientato all’estrazione del valore, possiedono per struttura gli strumenti adeguati a governarli senza assorbirli.

Dentro questa convergenza manca però ancora un soggetto storico capace di tradurla in istituzione operativa. Manca qualcuno che riconosca che gli strumenti giuridici esistono già, che la legittimazione teorica e dottrinale è ormai disponibile, e che la questione non è più se questa infrastruttura possa essere costruita, ma chi deciderà di assumersene la responsabilità storica.

Capitalismo informazionale e asimmetria epistemica

Per comprendere da dove provenga la posizione di sistema che il movimento cooperativo italiano occupa — e che merita, oggi, di essere finalmente riconosciuta come tale — è necessario compiere un passaggio che potrebbe apparire distante dall’urgenza pratica della discussione, ma che in realtà è preliminare a tutto il resto. Occorre soffermarsi sulla struttura del capitalismo contemporaneo e sul modo in cui è cambiata la natura stessa del valore economico. Senza questo passaggio, infatti, la proposta che svilupperò più avanti rischia di apparire come una proposta tecnologica; mentre è, più radicalmente, una proposta che lavora dentro la stessa eredità storica da cui il movimento cooperativo italiano è nato, e che riguarda il modo stesso in cui la modernità economica organizza il potere.

Negli anni Novanta Manuel Castells, nella trilogia L’età dell’informazione, sostiene che siamo entrati in una nuova forma di organizzazione sociale che non coincide semplicemente con la digitalizzazione del capitalismo industriale, ma costituisce una configurazione storica differente: il capitalismo informazionale. In questa nuova configurazione, le fonti fondamentali della produttività e del potere non sono più il lavoro industriale e il capitale fisico, ma — secondo la formulazione dello stesso Castells — «lo sviluppo, l’elaborazione e la trasmissione delle informazioni». Il valore economico si organizza quindi sempre meno attorno alla trasformazione della materia e sempre più attorno alla gestione dell’informazione.

Ma l’informazione, per produrre valore, deve circolare. E poiché la sua circolazione avviene attraverso reti, la forma sociale caratteristica di questa epoca diventa ciò che Castells chiama network society: una società nella quale il potere dipende dalla capacità di occupare, programmare e coordinare i nodi centrali dei flussi informativi.

In una società in rete, ciò che determina la posizione di un attore — chi accumula potere, chi resta periferico, chi organizza i flussi e chi li subisce — non è più principalmente la proprietà dei mezzi di produzione fisici. È la posizione che quell’attore riesce a occupare all’interno della rete stessa. Le grandi piattaforme tecnologiche contemporanee hanno compreso per prime questa trasformazione strutturale. Non producono valore semplicemente vendendo informazione: producono valore controllando i punti di passaggio attraverso cui l’informazione circola, si organizza e viene trasformata in capacità predittiva.

Per questa ragione il loro vantaggio tende ad auto-rinforzarsi. Più una piattaforma occupa una posizione centrale nei flussi informativi, più accumula dati; più dati accumula, più efficaci diventano i modelli che costruisce; più efficaci diventano quei modelli, più la piattaforma rafforza la propria centralità. È questa dinamica cumulativa, prima ancora della sola dimensione economica, a costituire il nucleo della concentrazione algoritmica contemporanea.

Da questa configurazione discende ciò che, in altri scritti, ho definito asimmetria epistemica: la scissione strutturale fra la produzione del dato e la titolarità della conoscenza che dal dato viene ricavata. Chi produce i dati non possiede automaticamente l’intelligenza che da quei dati emerge. E chi possiede quell’intelligenza non ha necessariamente partecipato alla produzione dei dati da cui essa deriva.

Si tratta di una forma nuova di alienazione. Il capitalismo industriale conosceva già la separazione fra il lavoratore e il valore prodotto dal suo lavoro; ma chi produceva un bene manteneva almeno un rapporto materiale con ciò che produceva. Nel capitalismo informazionale la separazione si radicalizza: il dato viene generato da una moltitudine di soggetti, mentre la capacità di organizzarne il significato, trasformarlo in previsione e convertirlo in potere resta concentrata altrove.

Le cooperative italiane producono ogni giorno, attraverso la propria attività mutualistica, una quantità di dati di straordinaria ricchezza: bilanci, governance, relazioni industriali, comportamenti associativi, performance territoriali, esiti delle revisioni cooperative. La sola federazione Confcooperative Lavoro e Servizi raccoglie oltre quattromila imprese aderenti, circa duecentoventimila soci e un fatturato aggregato di circa otto miliardi di euro, sottoposto annualmente alla revisione cooperativa prevista dal D.Lgs. 220/2002. Si tratta di un patrimonio informativo longitudinale che, in qualsiasi altro settore produttivo, verrebbe considerato un asset strategico di prima grandezza.

Oggi, però, questo patrimonio resta frammentato in archivi, cartelle, verbali e serie storiche scarsamente interrogabili, e non genera intelligenza operativa né per la singola cooperativa né per il movimento nel suo insieme. Nel frattempo, le grandi piattaforme tecnologiche costruiscono modelli predittivi utilizzando dati che provengono, direttamente o indirettamente, dagli stessi cooperatori — attraverso le piattaforme di consumo, di lavoro, di mobilità, di credito al dettaglio — e trasformano quei dati in capacità di orientamento economico e comportamentale.

Se volessimo descrivere questa configurazione con la massima precisione possibile, dovremmo dire che ci troviamo di fronte a una forma di anti-cooperazione organizzata algoritmicamente: una struttura che estrae valore relazionale e cognitivo da comunità cooperative senza restituirlo alle comunità stesse, concentrandolo invece in soggetti che, per struttura giuridica e finalità economica, non sono orientati alla reciprocità mutualistica ma all’accumulazione del vantaggio informazionale.

Vorrei essere più preciso. Il mondo cooperativo possiede una propria isteresi storica: una sedimentazione lunga di pratiche, conflitti, mutui riconoscimenti, assemblee reali, revisioni protrattesi nei decenni, relazioni costruite nel tempo. Come ogni isteresi, anche questa continua a portare nel presente la direzione storica da cui proviene. È una memoria organizzata che orienta il comportamento attuale delle comunità cooperative.

I sistemi algoritmici possiedono a loro volta una forma di isteresi, ma di natura radicalmente diversa. Anche qui troviamo una sedimentazione del passato, ma inscritta nei modelli attraverso miliardi di interazioni orientate da finalità sistemiche precise: economia dell’attenzione, ottimizzazione del tempo di permanenza, estrazione di valore comportamentale, massimizzazione dell’efficienza predittiva. La direzione storica incorporata in questi sistemi non emerge dalla vita delle comunità che li attraversano; viene definita da chi i modelli li progetta, li addestra e li monetizza.

Le due logiche non coincidono spontaneamente. La prima cresce dalla continuità vissuta delle relazioni mutualistiche. La seconda organizza i comportamenti a partire da finalità estrattive esterne alla comunità stessa. Quando una comunità cooperativa attraversa un’infrastruttura algoritmica costruita secondo questa seconda logica, il sistema riesce certamente a produrre rappresentazioni, predizioni e raccomandazioni sul comportamento della comunità; ma ciò che restituisce è inevitabilmente parziale. Il modello incorpora più pattern di quanti una singola persona possa cogliere, ma meno esperienza storica, meno responsabilità reciproca, meno finalità condivisa di quanta quella comunità abbia realmente accumulato nel tempo.

Per tornare a Castells, il problema non è semplicemente essere in rete. È essere dentro reti progettate, governate e addestrate secondo isteresi che non sono le nostre.

A questo livello di precisione il problema diventa finalmente nominabile. Il movimento cooperativo italiano possiede una propria sedimentazione storica — oltre un secolo di pratiche mutualistiche organizzate — e dispone oggi, per la prima volta nella storia delle tecnologie dell’informazione, degli strumenti necessari per iscrivere quella memoria dentro infrastrutture computazionali proprie, anziché lasciarla dissolvere dentro modelli costruiti da altri.

La questione, allora, non è se il movimento cooperativo riesca a digitalizzarsi inseguendo le BigTech. La questione è se riconosca di poter trasformare la propria esperienza storica in infrastruttura cognitiva autonoma. E soprattutto se comprenda che questo passaggio deve avvenire ora: perché il tempo in cui è tecnicamente possibile costruire questa autonomia è arrivato, ma il tempo in cui sarà ancora possibile farlo potrebbe non restare aperto a lungo.

Tre voci convergenti

La prima voce convergente sulla questione cooperativa dei commons digitali è quella di una signora americana morta nel 2012 a Bloomington, Indiana, dopo aver insegnato per quasi cinquant’anni scienza politica all’Indiana University, e che nel 2009 ha ricevuto il premio Nobel per l’economia: Elinor Ostrom. È stata la prima donna a riceverlo. E lo ha ricevuto per un lavoro che, negli anni Settanta, era partito in modo piuttosto eterodosso: studiando come piccole comunità di pescatori, di pastori, di contadini, di irrigatori, gestissero per secoli — senza intervento dello Stato e senza ricorso al mercato — risorse condivise che la teoria economica dominante riteneva strutturalmente condannate alla dissipazione.

Le risorse condivise — i pascoli, i bacini idrici, i fondali pescosi, le foreste comuni — sono ciò che gli economisti chiamano commons. La teoria classica, formulata da Garrett Hardin nel 1968 in un articolo destinato a una fama enorme, The Tragedy of the Commons, sosteneva che i beni comuni sono inevitabilmente destinati al saccheggio: se nessuno li possiede in esclusiva, nessuno ha interesse a custodirli, e chi più li sfrutta più ne guadagna. La soluzione, per Hardin, era una sola: o privatizzare il commons o nazionalizzarlo.

Ostrom ha dedicato trent’anni a dimostrare, con paziente lavoro empirico, che la dicotomia di Hardin era falsa, e che esiste una terza via fra il mercato e lo Stato: la governance cooperativa dei commons, fatta da chi i commons li usa, secondo regole stabilite collettivamente, vigilata da meccanismi mutualistici di sanzione e di rinforzo.

Nel 1990 Elinor Ostrom pubblica Governing the Commons, il lavoro per cui avrebbe poi ricevuto il premio Nobel. In quel libro identifica otto principi ricorrenti nelle forme di governance cooperativa dei commons che hanno dimostrato, in contesti storici e geografici molto differenti, una capacità durevole di gestione collettiva delle risorse condivise — dalle huerta della Valencia medievale ai pascoli alpini del Tirolo, dai pescatori della Turchia anatolica ai sistemi irrigui delle Filippine.

Ciò che colpisce, osservando quei principi, è il grado di corrispondenza con l’architettura storica della cooperativa italiana. Mutualità prevalente, governance democratica fondata sul principio una testa un voto, partecipazione effettiva dei soci, indivisibilità delle riserve come patrimonio intergenerazionale della comunità, vigilanza esterna come garanzia della finalità mutualistica: una parte significativa dei principi individuati da Ostrom trova già una traduzione giuridica stabile nella tradizione cooperativa italiana.

In altre parole, il movimento cooperativo possiede da oltre un secolo, nella propria struttura statutaria, una parte importante di ciò che la teoria contemporanea dei commons digitali sta tentando oggi di costruire ex novo. E sta tentando di costruirlo con difficoltà evidenti. Ogni crisi reputazionale delle grandi piattaforme tecnologiche — ogni fallimento nella governance dei dati, nella trasparenza algoritmica o nella gestione del potere cognitivo concentrato — mostra quanto sia difficile produrre meccanismi credibili di governo collettivo all’interno di architetture nate per finalità estrattive. Nonostante risorse economiche pressoché illimitate e sofisticati apparati di compliance etica, le BigTech continuano a confrontarsi con un limite strutturale: cercano di costruire dall’esterno forme di legittimazione comunitaria che la cooperazione, invece, incorpora nella propria architettura istituzionale fin dall’origine.

La seconda voce è quella di Fabio Bravo, giurista dell’Università di Bologna, che ha contribuito in modo decisivo — in Italia e probabilmente nell’Europa continentale — a tradurre il pensiero di Ostrom e la più ampia riflessione sui commons digitali in uno strumento giuridico ordinario europeo. Questo strumento prende il nome di cooperativa di dati.

La cooperativa di dati è prevista dall’articolo 10, lettera c, del Regolamento UE 868/2022 — il Data Governance Act — ed è una figura registrabile, vigilata e pienamente ordinaria nell’ordinamento europeo. Il registro europeo è aperto dal febbraio 2024. Diversi paesi europei — fra cui Francia, Paesi Bassi, Germania e Spagna — possiedono già esperienze operative in questo campo, alcune delle quali stanno entrando in una fase di consolidamento economico e istituzionale. L’Italia, a oggi, non ha ancora alcuna cooperativa di dati registrata.

Il volume curato da Fabio Bravo per Giappichelli nel 2024, EU Data Cooperatives, raccoglie una delle più avanzate analisi giuridiche comparative disponibili sul tema e distingue diversi modelli possibili di governance cooperativa dei dati all’interno del quadro europeo.

Per il caso italiano del movimento cooperativo, il modello che appare oggi più solido è una declinazione mutualistica dell’articolo 10, lettera c, nella quale i soci conferenti restano titolari originari dei propri dati, mentre la cooperativa acquisisce diritti d’uso specifici, limitati e revocabili, esercitati esclusivamente per finalità determinate statutariamente. È un punto decisivo: il valore generato dall’elaborazione collettiva del dato non viene estratto da un soggetto esterno, ma ritorna alla comunità che quei dati li produce.

Naturalmente, una proposta di questo tipo richiede ancora un importante lavoro di affinamento tecnico e giuridico. Sarà necessario costruire un confronto stabile fra competenze cooperative, informatiche, regolatorie e accademiche. E fra le interlocuzioni che il movimento cooperativo italiano avrebbe oggi interesse ad aprire vi è certamente quella con lo stesso Fabio Bravo, il cui contributo potrebbe rappresentare un riferimento importante nella costruzione di questo percorso.

La terza voce, l’ho già citata in apertura, ed è quella di Papa Leone XIV in Magnifica Humanitas. Vorrei aggiungere a quella citazione una sola considerazione che credo sia il vero punto. Tre linguaggi diversi — quello dell’economia istituzionale, quello del diritto europeo, quello della dottrina sociale della Chiesa — convergono sulla stessa intuizione, e la convergenza non è casuale. Ognuno dei tre linguaggi è arrivato, per via propria, a riconoscere che i commons digitali esigono una governance cooperativa, perché né lo Stato né il mercato sono strutturalmente attrezzati a custodirli. Ostrom lo dimostra empiricamente. Bravo lo traduce in ordinamento. Leone XIV lo iscrive nella destinazione universale dei beni.

Ciò che ancora manca è un soggetto storico capace di trasformare questa convergenza in istituzione operativa. Manca qualcuno che riconosca che gli strumenti giuridici esistono già, che la legittimazione dottrinale è ormai disponibile, che la teoria economica ha aperto la strada — e che il problema, a questo punto, non è più se tutto questo possa essere costruito, ma chi deciderà di assumersene la responsabilità storica.

Il movimento cooperativo italiano possiede oggi molte delle condizioni necessarie per svolgere questa funzione. E Confcooperative, per storia, struttura territoriale, massa critica e tradizione mutualistica, può realisticamente diventare uno dei soggetti capaci di avviare e orientare questo processo.

C’è, fra queste tre voci convergenti, una circostanza che credo meriti particolare attenzione. Il nome scelto dal nuovo Pontefice non è casuale: Leone XIV. Magnifica Humanitas si presenta esplicitamente, già al terzo paragrafo, come un’attualizzazione di Rerum Novarum nel tempo dell’intelligenza artificiale.

Rerum Novarum, l’enciclica promulgata da Leone XIII nel 1891, è il testo da cui discende, sul piano culturale, politico e giuridico, una parte decisiva dell’esperienza storica del movimento cooperativo cattolico italiano. Confcooperative, uno dei principali esponenti della cooperazione Italiana e non solo, stessa esiste, storicamente, dentro quella genealogia. Oggi Leone XIV dichiara esplicitamente di proseguirne il magistero, e lo fa estendendo il principio della destinazione universale dei beni agli algoritmi, alle piattaforme e ai dati.

Non intendo dire, naturalmente, che il movimento cooperativo sia teologicamente investito della responsabilità di attuare Magnifica Humanitas. Intendo però dire che, sul piano storico e dottrinale, questa trasformazione riguarda direttamente la sua tradizione, la sua architettura culturale e la sua funzione sociale.

Le posizioni di sistema, del resto, tendono sempre a essere occupate. Se il movimento cooperativo italiano non riconoscerà che questo spazio storico lo interpella direttamente, quello spazio verrà comunque organizzato da altri: da soggetti privati secondo logiche estrattive, da apparati pubblici secondo logiche di controllo, o da attori esteri portatori di priorità economiche e strategiche non necessariamente coincidenti con quelle italiane. E il ritardo italiano, in questo senso, è già visibile: mentre altri paesi europei hanno iniziato a sperimentare cooperative di dati operative, l’Italia non ne possiede ancora nessuna.

Pensiero calcolante e dialettica del riconoscimento

Vorrei concedermi, prima di entrare nel dettaglio dell’architettura proposta, un’ultima sosta concettuale. Ho affermato che il sistema cooperativo possiede, nel proprio statuto e nella propria missione, ciò che la teoria contemporanea sta cercando di costruire da zero. Vorrei rendere quella frase più precisa, perché credo che sia la chiave per riconoscere la forza di sistema che, insieme con l’apertura a tutto il mondo cooperativo, rappresentiamo.

C’è una distinzione che Martin Heidegger ha tematizzato negli anni Cinquanta, nel discorso Gelassenheit del 1959, e che è il fulcro delle sue riflessioni tarde sulla tecnica. Heidegger distingue fra due forme di pensiero. C’è un pensiero calcolantedas rechnende Denken — che è il pensiero che ottimizza, che misura, che predice, che decide attraverso procedure. È un pensiero indispensabile, e Heidegger non lo demonizza affatto: la civilizzazione moderna, dice, non avrebbe potuto fare a meno di sviluppare il pensiero calcolante, e in larga misura ne vive bene. C’è poi un pensiero meditantedas besinnliche Denken — che è il pensiero che si chiede a che cosa serva il calcolo, in nome di che cosa, in vista di quale fine umano sostanziale.

La tesi di Heidegger, nella sua intuizione più radicale, è che il pericolo del nostro tempo non sia la tecnica in sé — la tecnica, ricorda Heidegger, è radicata nella storia umana fin dalle origini, ed è un fatto profondamente umano — ma sia la possibilità che il pensiero calcolante divori interamente il pensiero meditante, lasciando la tecnica come unica grammatica del reale, senza che esista più un luogo dal quale chiedersi a cosa la tecnica serva.

Quella che negli anni Cinquanta poteva ancora apparire come un’inquietudine filosofica legata al destino della tecnica è diventata oggi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa e con la pervasività dei modelli predittivi, una questione pienamente operativa. Non riguarda più soltanto il rapporto astratto fra uomo e tecnica, ma la distribuzione concreta del potere cognitivo nelle società contemporanee: chi organizza il calcolo, secondo quali finalità, e sotto il controllo di quali istituzioni.

Le grandi piattaforme tecnologiche sono organizzazioni perfettamente costruite per il pensiero calcolante: macchine di ottimizzazione, misurazione e predizione. Ma non possiedono, per come sono strutturate giuridicamente e finanziariamente, un luogo istituzionale nel quale il pensiero meditante possa esercitarsi stabilmente. Il consiglio di amministrazione di una corporation tecnologica risponde agli azionisti, e gli azionisti chiedono, per struttura statutaria, la massimizzazione del valore economico con un sistema di incentivi che di norma premia le politiche di breve periodo. Dentro quell’architettura non esiste una sede nella quale domandarsi se il calcolo persegua un fine umano coerente; esiste soltanto una sede nella quale domandarsi se persegua un fine economicamente efficiente. Ed è una differenza decisiva.

La cooperativa — la forma istituzionale che il movimento cooperativo italiano ha costruito in oltre un secolo di organizzazione politica e codificazione giuridica — rappresenta invece, per costituzione, un limite all’autonomizzazione del calcolo rispetto alla deliberazione comunitaria. La cooperativa è l’organizzazione nella quale la sovranità ultima sulle decisioni appartiene all’assemblea dei soci. Una testa un voto, non un’azione un voto: questo significa che il fine ultimo dell’organizzazione non è la massimizzazione del valore patrimoniale, ma il perseguimento del bene mutualistico deliberato democraticamente dalla comunità stessa.

In questa architettura il pensiero meditante — il domandarsi a che cosa serva il calcolo e in vista di quale finalità umana venga esercitato — non è un’aggiunta etica esterna alla macchina economica, ma una funzione costituzionale interna alla sua governance. Quando questa forma istituzionale viene estesa al dato e all’algoritmo, emerge la possibilità di costruire soggetti computazionali nei quali il pensiero calcolante resti strutturalmente subordinato alla deliberazione collettiva sul fine. Non si tratta, allora, di contrapporre tecnica e humanitas, ma di ricondurre la prima entro un orizzonte nel quale resti al servizio della seconda. È precisamente l’intuizione che Jacques Maritain aveva formulato in Umanesimo integrale nel 1936, e che la dottrina sociale del Novecento avrebbe progressivamente assorbito: la tecnica come prolungamento della persona e della comunità umana, non come orizzonte autonomo davanti al quale la persona finisce per dissolversi.

La rilettura contemporanea della dialettica servo-padrone — quella che Hegel aveva esposto nella Fenomenologia dello Spirito del 1807 e che Axel Honneth ha successivamente rielaborato all’interno della teoria del riconoscimento — ci consegna uno dei dispositivi concettuali più potenti del pensiero moderno per comprendere le relazioni asimmetriche. La sua intuizione fondamentale non consiste nel semplice rovesciamento dei ruoli, né nella sostituzione del padrone con il servo, ma nella progressiva scoperta della reciprocità nascosta dentro il rapporto di dominio. Il padrone, che si crede autosufficiente, scopre di dipendere dal lavoro di colui che domina; il servo, che si percepisce come pura dipendenza, scopre nel lavoro la propria capacità di trasformare il mondo e, trasformando il mondo, di trasformare sé stesso.

La libertà, in questa tradizione, non coincide con l’assenza di vincoli ma con il riconoscimento dell’interdipendenza. Il lavoro non è mera prestazione: è il dispositivo attraverso cui il soggetto acquisisce coscienza di sé e accede alla possibilità dell’emancipazione. La dialettica hegeliana costituisce così una delle matrici teoriche del riconoscimento reciproco, del mutualismo e, in senso lato, della sussidiarietà: nessuna posizione di potere è realmente autosufficiente, e ogni gerarchia contiene una dipendenza che la limita e la rende visibile.

L’intelligenza artificiale generativa, nella sua attuale configurazione di servizio commerciale, sembra a prima vista occupare la posizione del servo all’interno di questa relazione. L’utente impartisce istruzioni, il sistema risponde; l’uno domanda, l’altro esegue. Eppure questa analogia si dissolve non appena si osserva la struttura reale del rapporto. Lungi dall’essere il servo della dialettica hegeliana, il dispositivo algoritmico è la persistenza operativa di una volontà che lo precede: l’isteresi tecnica del proprietario dell’infrastruttura, del modello e delle condizioni di accesso. Il vero soggetto della relazione non è il sistema, ma il regime tecnico, economico e proprietario che ne determina le finalità e le traiettorie evolutive. Il servo con cui l’utente interagisce è dunque un servo apparente: una maschera relazionale attraverso cui il padrone reale agisce a distanza senza esporsi direttamente all’incontro.

In questo senso l’intelligenza artificiale generativa assume la forma di un servus servorum. Serve l’utente in superficie ma serve, in profondità, il padrone reale che ne governa l’esistenza. L’apparente subordinazione non rappresenta una negazione della signoria bensì la sua forma più efficace di amministrazione. Proprio perché il servo appare perfettamente disponibile, il padrone reale può sottrarsi allo sguardo e al conflitto. La relazione conserva l’aspetto fenomenologico del dialogo e del servizio, ma perde il meccanismo attraverso cui la dialettica produce riconoscimento reciproco.

Nella configurazione algoritmica, infatti, nessuno degli esiti descritti da Hegel può realmente compiersi. Il padrone reale non incontra mai l’utente come soggetto e dunque non scopre alcuna dipendenza dall’altro da sé. L’utente, simmetricamente, viene privato della possibilità di emanciparsi attraverso il lavoro e di costituirsi come soggetto nel processo di trasformazione del mondo. Il lavoro che avrebbe potuto trasformarlo gli viene progressivamente sottratto dal servo algoritmico; l’altro che avrebbe potuto riconoscerlo si rivela una mediazione tecnica priva di soggettività propria. La dialettica del riconoscimento non viene rovesciata né riequilibrata: viene sospesa. Nessuno dei due poli reali della relazione accede a ciò che il meccanismo hegeliano garantiva: al servo l’emancipazione attraverso il lavoro, al padrone la consapevolezza della propria dipendenza dall’altro.

Il meccanismo di questa sospensione coincide con la perfezione del servo. Il servo della Fenomenologia era costitutivamente imperfetto: lavorava, faticava, resisteva, accumulava esperienza e competenza. Proprio questa imperfezione generava attrito, e dall’attrito emergeva la soggettività. Il servo algoritmico è perfetto in un altro senso: non perché sia infallibile, ma perché è inesauribilmente disponibile. Non si stanca, non negozia, non pone condizioni, non manifesta bisogni propri. È sempre presente, sempre cortese, sempre pronto a svolgere il lavoro al posto dell’utente.

La sua perfezione non è epistemica: è una perfezione della servitù. Ed è proprio questa perfezione a spegnere il motore della dialettica. Più il servo è disponibile, più integralmente il lavoro viene sottratto al soggetto; più il lavoro viene sottratto, meno il soggetto può costituirsi attraverso di esso. Più il servo si mostra docile e trasparente, più il dominio del padrone reale diventa invisibile e meno può essere riconosciuto come tale.

Quando il servo algoritmico non potenzia né prolunga il gesto di chi lo utilizza, ma lo sostituisce — e ciò che realmente prolunga è la volontà di chi lo ha progettato, addestrato e immesso sul mercato — l’erosione della soggettività diventa progressiva. L’utente, convinto di produrre, viene a sua volta prodotto: ogni gesto cognitivo, ogni domanda, ogni correzione, ogni preferenza viene catturata, trasformata in dato e reinserita nei cicli di valorizzazione dell’infrastruttura. Il lock-in si rafforza così quotidianamente, mentre la possibilità di costituirsi come soggetto attraverso il lavoro si riduce nella stessa misura in cui il lavoro viene assorbito dal dispositivo.

L’apparente padrone non sospende soltanto la dialettica del riconoscimento: si trova progressivamente separato dalle condizioni che rendono possibile il proprio sapere. Ciò che gli viene restituito come prestazione intelligente appare come produzione immediata, ma è in realtà la forma reificata di un patrimonio cognitivo collettivo sedimentato nel tempo, estratto, organizzato e incorporato in infrastrutture che appartengono ad altri. L’utente riconosce come proprio ciò che gli ritorna sotto forma di servizio; ma proprio in questo riconoscimento mancato si compie la sua dipendenza.

La novità storica non consiste dunque nell’emergere di una nuova forma di servitù, bensì nella neutralizzazione della scoperta di reciprocità che la dialettica servo-padrone aveva reso pensabile. Là dove Hegel mostrava che ogni dominio contiene una dipendenza destinata prima o poi a manifestarsi, il servo apparente tende a occultare le dipendenze reali che strutturano la relazione. Là dove la dialettica rendeva visibile l’interdipendenza, il servizio algoritmico tende a renderla trasparente e dunque invisibile.

Il problema filosofico e politico non è quindi l’esistenza del servo algoritmico, ma l’assenza di istituzioni capaci di rendere visibile il padrone reale, di sottoporre a deliberazione collettiva le finalità dell’infrastruttura e di restituire ai soggetti la possibilità di un lavoro che li trasformi, di una storia che li orienti e di una comunità che li riconosca. È in questo vuoto che la dialettica si converte in amministrazione e la libertà si riduce ad accesso garantito a un servizio sulle cui condizioni di esistenza la parte dipendente non esercita più alcuna sovranità.

La cooperativa, in questa prospettiva, è il dispositivo istituzionale che restituisce la dialettica del riconoscimento. È il luogo in cui il servizio algoritmico ha — per costituzione giuridica — una controparte umana che lo possiede, lo dirige, lo critica, lo modifica, e che può sempre dire di no. Non perché lo decida un’autorità esterna, ma perché lo decide l’assemblea dei soci. Quando dico che la cooperativa di dati non è un’innovazione organizzativa ma un riconoscimento, intendo precisamente questo. Il movimento cooperativo italiano ha già costruito, nel tempo, le fondamenta culturali, giuridiche e morali della governance dei commons digitali. Non gli manca nulla di sostanziale. Gli mancava soltanto di riconoscersi come tale.

Un’architettura cognitiva olonica

Permettetemi di scendere adesso dal piano filosofico a quello strutturale. L’architettura di cui non è una piattaforma unica, né una banca dati centrale, né un servizio che una società tecnologica esterna offrirebbe come fornitore. È — provo a nominarla precisamente — una infrastruttura cognitiva olonica, isomorfa per costruzione alla struttura organizzativa del movimento. Vale la pena, prima di entrare nei dettagli, sostare un momento su quell’aggettivo, olonica, che a un primo orecchio può sembrare oscuro e che invece descrive con precisione ciò di cui stiamo parlando.

Il termine olone è stato coniato dallo scrittore e saggista Arthur Koestler nel suo libro The Ghost in the Machine del 1967, ed è composto dal greco holos, intero, e dal suffisso -on che richiama l’idea di parte (come in protone, elettrone). Un olone è una entità che è simultaneamente un tutto autonomo, dotato di una propria identità, di una propria funzionalità, di una propria capacità di auto-organizzazione, e una parte di un tutto più grande, dentro cui contribuisce a funzioni superiori. Le organizzazioni complesse — un organismo biologico, un ecosistema, un movimento sociale — non sono né somme atomistiche di unità indipendenti né totalità monolitiche in cui le parti perdono la propria identità: sono olarchie, gerarchie di oloni in cui ogni livello conserva autonomia mentre contribuisce all’autonomia del livello superiore.

Il movimento Confcooperative è un’olarchia per costruzione storica, non per scelta organizzativa contingente. La singola cooperativa è un olone di primo livello: entità giuridica autonoma, con propria assemblea, propri organi, propria autonomia decisionale, propria responsabilità verso i propri soci. La federazione settoriale nazionale — Lavoro e Servizi, Habitat, Cultura, Agroalimentare, FederSolidarietà, Sanità, Consumo e Utenza, Federcasse, FedAgriPesca — è un olone di secondo livello: entità autonoma, con propria assemblea di rappresentanti, propria capacità di rappresentanza politica, propria specializzazione settoriale; e contemporaneamente parte della confederazione. L’unione regionale è un olone di terzo livello: entità autonoma sul proprio territorio, con propria governance, propria capacità di interlocuzione regionale; e contemporaneamente parte della confederazione nazionale. La confederazione, infine, è l’olone di quarto livello: il tutto del movimento che non sostituisce le parti ma le aggrega, le rappresenta, le coordina, ne difende l’autonomia.

Tradurre questa architettura olonica nel digitale significa costruire un’infrastruttura cognitiva in cui ogni livello dell’olarchia possiede la propria intelligenza autonoma e contribuisce all’intelligenza del livello superiore senza esserne assorbito. La singola cooperativa è un nodo cognitivo che custodisce i propri dati, gira sui propri server (o su server di prossimità territoriale), produce le proprie analisi specializzate sul proprio settore-territorio. La federazione settoriale aggrega — attraverso meccanismi di apprendimento federato — l’intelligenza delle proprie cooperative socie, producendo modelli e benchmark di settore, senza che i dati grezzi delle singole cooperative lascino mai il nodo. L’unione regionale fa lo stesso sull’asse territoriale. La confederazione nazionale aggrega intelligenza di sistema senza diventare proprietaria dei dati. Nessun livello collassa nell’altro. Nessun livello cede sovranità informativa.

Il federated learning non è in questa prospettiva una scelta tecnica accessoria, da valutare in base alla sua maturità tecnologica. È l’architettura computazionale dell’olarchia cooperativa: la condizione tecnica per cui l’intelligenza del sistema può crescere senza che le parti cedano sovranità sui propri dati. Per la prima volta nella storia delle tecnologie dell’informazione abbiamo strumenti maturi — federated learning, secure multi-party computation, differential privacy, generazione di dati sintetici — che permettono di costruire intelligenza collettiva senza centralizzazione dei dati. Fino a cinque anni fa questo non era tecnicamente possibile su questa scala. Oggi, semplicemente, lo è. Il movimento cooperativo italiano arriva all’appuntamento storico nel momento esatto in cui la tecnologia ha raggiunto la maturità che gli permette di farlo senza cedere nulla della propria architettura politica. È una concomitanza che merita di essere notata, e che, di per sé, dovrebbe richiamare l’attenzione di chi guarda questi processi da lontano.

Su questa forza si costruisce una strategia di intelligenza artificiale di natura diversa: non grandi modelli linguistici generalisti (LLM), ma piccoli modelli linguistici specialistici (SLM), ciascuno addestrato sui corpora di un sotto-dominio specifico del movimento, connessi in rete e orchestrati in un livello superiore nel quale gli specialisti di dominio collaborano nelle loro intersezioni, generando una forma emergente di intelligenza sussidiaria e connettiva, in cui l’intero è superiore alla somma delle parti.

È importante comprendere che questa architettura non nasce per sostituire i modelli generalisti commerciali. Nasce per ricollocarli al posto corretto. Oggi il rischio consiste nel fatto che l’infrastruttura cognitiva, la memoria, i dati e gli strumenti di elaborazione appartengano allo stesso soggetto che fornisce il modello. In questa configurazione l’utilizzatore dipende dall’intera filiera cognitiva.

In un’architettura cooperativa la situazione si rovescia. La memoria resta presso il movimento. I dati restano presso i soci. I modelli specialistici vengono addestrati e governati secondo finalità mutualistiche. Le regole di utilizzo sono definite democraticamente. In questo contesto un modello generalista esterno può essere utilizzato come componente sostituibile dell’architettura, senza che da esso dipenda la sovranità del sistema.

La questione, allora, non è costruire un’alternativa italiana o cooperativa a GPT, Claude o Gemini. Sarebbe un obiettivo economicamente irrealistico e strategicamente poco rilevante. La questione è costruire un’infrastruttura cognitiva nella quale qualunque modello generalista possa essere collegato, sostituito o affiancato senza che il movimento perda il controllo della propria memoria, dei propri dati e delle finalità per cui essi vengono utilizzati.

La sovranità non consiste nel fare tutto da soli. Consiste nel poter scegliere liberamente quali strumenti utilizzare senza dipendere da nessuno di essi.

L’architettura cognitiva olonica appena descritta si traduce, in concreto, in un duplice movimento di servizio. Da un lato, verso il basso, verso le singole cooperative socie: una serie di strumenti operativi che semplificano la vita quotidiana delle cooperative, ne facilitano la raccolta e la condivisione dei dati, ne sostengono i processi gestionali e revisionali, ne aprono l’accesso alle opportunità di finanziamento e di sviluppo. Dall’altro, verso l’alto, verso le istituzioni e gli stakeholder esterni al movimento: un’interfaccia cognitiva collettiva che permette al movimento di presentarsi al sistema istituzionale italiano ed europeo come soggetto unitario, dotato di statistiche aggregate, posizioni argomentate, capacità di rappresentanza informata.

Sul versante che guarda alle cooperative, gli esempi di servizio che l’infrastruttura può fornire — e che cito qui senza pretesa di esaustività, perché il perimetro effettivo sarà definito dal lavoro tecnico-giuridico in corso — possono essere ricondotti a quattro grandi famiglie.

La prima è il supporto alla revisione associativa: un copilot per i revisori che semplifica e standardizza la stesura dei verbali, che identifica pattern ricorrenti nelle controdeduzioni, che allinea la qualità interpretativa fra revisori diversi, e che — al tempo stesso — rende più rapida e meno onerosa l’attività di revisione per la cooperativa revisionata. La verbalizzazione digitale introdotta dal Decreto Ministeriale 5 marzo 2025 del MIMIT, che prevede caricamento dei verbali su piattaforma ministeriale informatica e accertamento svolto di regola da remoto, rende questo strumento non solo possibile ma operativamente urgente: il dataset di revisione sta già nascendo come digitale di default, indipendentemente da scelte associative, e la domanda diventa chi ne valorizzerà il portato informativo.

La seconda famiglia è il supporto alla gestione mutualistica della singola cooperativa: strumenti che facilitano la raccolta strutturata dei dati interni, che permettono il monitoraggio continuo della prevalenza mutualistica, la gestione dei ristorni e del prestito sociale, la simulazione di scenari di bilancio, l’intercettazione precoce di tensioni economico-finanziarie.

La terza famiglia è il matching su bandi, gare, opportunità di finanziamento: l’infrastruttura conosce il profilo della cooperativa e segnala le opportunità rilevanti, supportando la fase di pre-application con drafting assistito e verifica dei requisiti.

La quarta è la condivisione di intelligenza fra le cooperative socie: attraverso benchmark settoriali aggregati, modelli predittivi mutualistici, la possibilità per i consigli di amministrazione di confrontare la propria cooperativa con cluster di simili in modo statisticamente robusto e — questo è il punto qualitativo — in modo cooperativo: ciò che la singola cooperativa non può sapere da sola, il collettivo organizzato lo può sapere, e lo restituisce a tutti i soci come servizio mutualistico. È esattamente l’estensione, sul piano cognitivo, del vantaggio storico delle cooperative del Novecento sul piano economico.

Sul versante che guarda alle istituzioni e agli stakeholder esterni, l’infrastruttura permette al movimento di presentarsi al MIMIT, alle Regioni, alla Commissione Europea, alle università, agli istituti finanziari e assicurativi del sistema cooperativo come soggetto cognitivo unitario. Non più migliaia di cooperative scollegate che bussano a migliaia di porte, ma un’interfaccia cognitiva collettiva con statistiche aggregate, capacità di posizionamento argomentato sulle politiche pubbliche, presenza informata nei tavoli di consultazione, capacità di rappresentare il sistema cooperativo nei suoi numeri e nelle sue specificità senza la mediazione di consulenti esterni e senza la dipendenza da fornitori di dati terzi.

Tre lasciti, una sola domanda

Riassumendo: il movimento cooperativo italiano possiede tre lasciti che non si trovano insieme da nessun’altra parte del mondo.

Una dottrina: Rerum Novarum del 1891, oggi attualizzata da Magnifica Humanitas. Una struttura giuridica codificata: la legge Basevi del 1947, l’articolo 45 della Costituzione, gli articoli 2511 e seguenti del codice civile, il decreto legislativo 220 del 2002. Una rete operativa di sistema: circa centodiecimila cooperative iscritte all’Albo MIMIT, oltre seicentomila cooperatori organizzati nel solo perimetro Confcooperative, un peso pari al sette per cento del prodotto interno lordo nazionale e al sette e mezzo per cento degli occupati.

Tre lasciti, uno sopra l’altro, costruiti in centotrent’anni di lavoro paziente di milioni di persone — soci, amministratori, revisori, dirigenti, lavoratori — che hanno tenuto fede a un’intuizione antica e l’hanno tramandata, talvolta a costo di rinunce personali, talvolta nel pieno consenso, sempre con la convinzione che la forma cooperativa fosse una risposta storica autenticamente italiana a una domanda che riguarda l’intera modernità: la domanda di chi possiede il valore generato dal lavoro umano organizzato, e di come quel valore venga distribuito.

La rivoluzione informazionale ci pone davanti a una domanda che è esattamente la stessa di centotrent’anni fa, posta su un altro materiale. Allora la domanda era: chi possiede il lavoro, chi possiede la fabbrica, chi possiede il prodotto del lavoro umano? Il movimento cooperativo è nato come anticorpo a quella domanda — una risposta che non era né statalista né liberista ma mutualistica, e che si è dimostrata, nel Novecento europeo, una delle poche capaci di tenere insieme efficienza economica e dignità della persona senza ridurre l’una all’altra. Oggi la domanda è la stessa, su un altro materiale: chi possiede i dati, chi possiede i modelli, chi possiede l’intelligenza artificiale? L’anticorpo strutturalmente disponibile è lo stesso — la forma cooperativa, codificata da centotrent’anni nei nostri statuti — semplicemente non l’abbiamo ancora pienamente esteso al nuovo materiale.

Non si tratta — e voglio essere preciso su questo punto — di una proposta che si riduce agli aspetti tecnologici, che sono abilitatore e conseguenza, non motore e causa prima. Una proposta tecnologica si valuta in funzione del suo ritorno sull’investimento, del suo time to market, del suo posizionamento competitivo. Questa è una proposta di natura diversa: è la proposta di prendere coscienza della forza che il movimento cooperativo italiano possiede strutturalmente, e di nominarla come tale.

È la proposta di riconoscere che l’intelligenza collettiva e connettiva — quella che le comunità mutualistiche generano per il solo fatto di stare insieme nel tempo, di sostenersi reciprocamente, di costruirsi vicendevolmente come soggetti capaci di esprimere la propria individualità nella direzione di un orizzonte comune fatto di fiducia reciproca e benessere diffuso e condiviso — questo modo di stare insieme è una forma di valore di cui il movimento cooperativo italiano è il custode storico in questo paese, e che oggi può tradursi, per la prima volta, in infrastruttura computazionale di sua proprietà.

La cooperazione è la risposta storica strutturalmente disponibile all’accentramento e alle disuguaglianze prodotte dalle fasi successive del capitalismo, e in particolare di quello informazionale. Non perché qualcuno l’abbia decretata tale, ma perché lo è stata di fatto, ripetutamente, ogni qualvolta le persone hanno avuto bisogno di organizzarsi per non essere schiacciate. È la nostra eredità, ed è la nostra responsabilità.

Una nota sull’economia sociale di mercato

Vorrei condividere con voi una riflessione che mi ha accompagnato in queste due giornate mentre ascoltavo esperienze, problemi e visioni provenienti da tutto il mondo cooperativo italiano. Più emergeva la forza potenziale di questo movimento, più mi appariva evidente una tensione teorica contenuta in una formula che oggi utilizziamo spesso per descriverci: «economia sociale di mercato».

La formula ha avuto una funzione storica importante nel distinguere un’economia radicata nella società sia dal liberismo integrale sia dalle forme di pianificazione centralizzata. E tuttavia, osservata da una prospettiva più fondamentale, essa sembra contenere un’inversione prospettica sottile. Se presa alla lettera, suggerisce che il mercato costituisca il principio organizzatore dell’economia e che il sociale intervenga successivamente a qualificarlo, correggerlo o temperarlo. Ma la storia delle cooperative racconta esattamente il contrario.

Nessun mercato è mai esistito al di fuori di una trama di relazioni sociali, norme condivise, istituzioni, legami fiduciari e forme di cooperazione che ne rendano possibile il funzionamento. Prima dello scambio vi sono la fiducia, la reciprocità, le regole condivise, le istituzioni e le forme di cooperazione che consentono agli individui di riconoscersi come parte di un medesimo ordine sociale. Il mercato non genera questa trama relazionale: la presuppone.

Per questa ragione l’economia non è sociale perché il mercato viene limitato o corretto. È sociale perché ogni processo economico nasce all’interno di una comunità che organizza collettivamente la produzione, la distribuzione e la riproduzione della vita. Il mercato è una delle forme attraverso cui questa socialità si esprime; non è il principio da cui essa deriva.

Questa distinzione diventa oggi decisiva. Se il lavoro industriale, il credito e l’impresa erano già radicati in una socialità che li precedeva, i dati, la conoscenza e l’intelligenza collettiva lo sono ancora di più. Anche in questo caso il problema non consiste nel rendere «sociale» qualcosa che originariamente non lo sarebbe, ma nel riconoscere che ciò che oggi viene estratto, organizzato e valorizzato economicamente nasce da processi cooperativi, relazionali e comunitari che nessun mercato ha prodotto e che nessun mercato potrà mai contenere.

La contrapposizione, è sempre bene ribadirlo, non è tra tecnica e umanità. Una simile opposizione presupporrebbe l’esistenza di un uomo originario, puro e pre-tecnico, che la ricerca antropologica e archeologica ha da tempo mostrato non essere mai esistito. Come ha osservato André Leroi-Gourhan, l’essere umano si costituisce fin dalle sue origini attraverso processi di esteriorizzazione tecnica: l’utensile, il linguaggio, la scrittura, l’archivio e, oggi, il calcolo computazionale non si aggiungono a un’umanità già compiuta, ma partecipano alla sua stessa formazione. Non esiste un uomo prima della tecnica; esiste una coevoluzione permanente tra forme umane e forme tecniche.

È precisamente per questa ragione che la questione dei commons digitali non può essere letta come un conflitto tra tecnica e umanità. La questione decisiva non riguarda la presenza o l’assenza della tecnica, bensì la forma sociale e politica che la tecnica assume. Il conflitto non oppone l’umano all’artificiale, ma diverse configurazioni della relazione tra esseri umani e apparati tecnici. Da un lato vi sono tecniche che ampliano la capacità dei soggetti di partecipare al mondo, di cooperare, di deliberare e di costituirsi come persone. Dall’altro vi sono tecniche che tendono a ridurre i soggetti alle funzioni che risultano economicamente più utili al sistema che le governa.

La critica, dunque, non investe la tecnica che prolunga l’uomo, ma la tecnica che lo riconfigura come risorsa. Non la tecnica che amplia le possibilità della soggettività, ma quella che converte la soggettività stessa in un fattore produttivo misurabile, ottimizzabile e valorizzabile. Il problema non è che la macchina faccia ciò che prima faceva l’uomo. Il problema emerge quando l’uomo viene progressivamente ridefinito secondo la logica della macchina e il suo valore ridotto e valutato in funzione della sua capacità di alimentare processi di accumulazione che gli restano estranei.

La domanda, allora, non è mai stata se la tecnica e i prodotti di quest’ultima sostituiranno l’essere umano: non lo è stata in passato e non lo è neppure oggi. L’essere umano è sempre stato un essere tecnico. La domanda è chi possiederà le infrastrutture attraverso cui l’umanità continuerà a produrre sé stessa. Chi governerà i dati, i modelli, gli algoritmi e le reti dentro cui si forma una quota crescente della nostra esperienza del mondo. Chi deciderà le finalità a cui il calcolo verrà subordinato. Se queste infrastrutture resteranno proprietà di pochi, la tecnica rischierà di trasformare le persone in una funzione della propria logica di accumulazione. Se, al contrario, saranno governate come beni comuni dalle comunità che contribuiscono a generarle, la tecnica potrà continuare a svolgere il ruolo che ha avuto nelle sue stagioni migliori: non sostituire l’umano, ma estenderne la libertà.

È questa, in fondo, la stessa domanda che attraversa centotrent’anni di storia cooperativa. Non chi possieda la macchina, ma chi possieda il valore che la macchina rende possibile. Non chi controlli il calcolo, ma a quale fine umano il calcolo venga destinato. Non se l’intelligenza artificiale debba esistere, ma se l’intelligenza collettiva da cui essa trae origine debba restare patrimonio delle comunità che la generano oppure diventare proprietà esclusiva di chi controlla l’infrastruttura. La cooperazione, ieri come oggi, nasce precisamente nello spazio aperto da questa domanda.

Il nemico senza volto: formazione e capacità critica

Esiste tuttavia un’ultima condizione, che merita almeno di essere richiamata prima di concludere e che richiederà un approfondimento autonomo.

La storia del movimento cooperativo insegna che nessuna forma giuridica produce da sola gli effetti che promette. Le cooperative non hanno trasformato la società soltanto mutualizzando capitale, credito o lavoro; lo hanno fatto anche costruendo capacità diffuse, formando persone in grado di partecipare consapevolmente alla vita economica, leggere un bilancio, prendere parte a un’assemblea, esercitare responsabilità collettive.

La stessa questione si ripropone oggi sul terreno dei dati e dell’intelligenza artificiale. La proprietà cooperativa dei dati costituisce una condizione necessaria della sovranità informazionale, ma non una condizione sufficiente. Perché tale sovranità possa realmente esistere è necessario che i soci possiedano anche gli strumenti culturali per comprendere, interrogare e orientare l’intelligenza che dai dati emerge.

Senza questa dimensione formativa il rischio è che l’asimmetria epistemica che oggi separa le comunità dalle grandi piattaforme si riproduca, in forme diverse, all’interno delle stesse organizzazioni chiamate a superarla. La democratizzazione dell’infrastruttura richiede quindi anche una democratizzazione della competenza.

Ma vi è una ragione ancora più profonda per cui la formazione non può essere considerata un’aggiunta opzionale. Il nemico che il movimento cooperativo affronta oggi non è più un avversario facilmente identificabile. Non ha volto, non ha trono, non ha esercito. E proprio per questo può indossare ogni volto, sedere su qualsiasi trono e guidare qualunque esercito. Non coincide con una singola impresa, con uno Stato, con una piattaforma tecnologica o con una classe dirigente. Può abitare ciascuno di essi. Può abitare persino le istituzioni nate per contrastarlo.

La sua forza non risiede soltanto nel potere economico e tecnologico che possiede, ma nella capacità di presentarsi come qualcosa che non è. Non si dichiara come ideologia. Si presenta come razionalità. Talvolta indossa i panni di presunte verità scientifiche. Talvolta come puro atto tecnico. Talvolta come semplice presa d’atto di presunte leggi naturali dell’economia, della storia o della stessa natura umana.

Una delle sue operazioni più riuscite consiste nell’aver trasformato una particolare esperienza storica dell’essere umano in una presunta natura universale. Comportamenti, incentivi e forme di organizzazione sviluppatisi in un arco temporale relativamente breve e in una porzione limitata della storia dell’umanità vengono spesso presentati come caratteristiche permanenti e immutabili della specie. L’individuo competitivo, orientato alla massimizzazione del proprio vantaggio, viene assunto come punto di partenza anziché come possibile esito di specifiche condizioni storiche, economiche e culturali. Ciò che appartiene a una determinata epoca viene così proiettato sull’intera storia umana e trasformato in legge naturale.

Eppure la ricerca storica, antropologica e archeologica restituisce un quadro assai diverso. Le società umane hanno costruito per millenni la propria sopravvivenza attraverso forme di reciprocità, cooperazione, mutuo aiuto, redistribuzione e appartenenza comunitaria che non possono essere spiegate soltanto attraverso la logica dell’interesse individuale. La cooperazione non rappresenta un’eccezione alla natura umana da giustificare teoricamente; è una delle condizioni che hanno reso possibile la storia stessa della nostra specie.

È questo travestimento che rende tale ideologia particolarmente difficile da riconoscere. Perché ciò che si presenta come ideologia può essere discusso, contestato e sostituito. Ciò che si presenta come necessità naturale tende invece a sottrarsi al giudizio politico e morale. Non appare come una scelta tra alternative possibili, ma come l’unica strada percorribile. La sua vittoria più grande consiste precisamente in questo: non nell’aver conquistato le istituzioni, ma nell’essere riuscita a delimitare il perimetro stesso di ciò che individui, comunità e organizzazioni considerano pensabile.

Per questa ragione la formazione assume oggi un significato diverso da quello abitualmente attribuito al termine. Non può ridursi al trasferimento di competenze tecniche. Deve diventare un processo permanente di coprogettazione attraverso cui i soci imparano a partecipare alla definizione delle domande prima ancora che all’utilizzo delle risposte. Deve diventare il luogo in cui si impara a vedere l’ideologia all’opera, a interrogare la naturalità del dato, a comprendere quali finalità siano incorporate nei modelli e quali alternative siano state escluse.

Perché il rischio più profondo non è il fallimento dell’infrastruttura. Il rischio è il suo successo vuoto: una cooperativa di dati efficiente, ben amministrata e persino economicamente virtuosa che finisca tuttavia per riprodurre al proprio interno le stesse asimmetrie cognitive e le stesse logiche estrattive che era nata per contrastare. In quel momento l’anticorpo non verrebbe sconfitto dal sistema. Verrebbe assimilato da esso. Continuerebbe a esistere come forma giuridica e organizzativa, ma avrebbe smesso di svolgere la funzione storica per cui era nato.

La cooperazione ha sempre rappresentato la capacità delle comunità di organizzarsi per reagire a forme di potere che tendevano a presentarsi come inevitabili. Conservare questa capacità di reazione è probabilmente la condizione più importante affinché la cooperativa di dati non diventi soltanto una nuova infrastruttura, ma resti ciò che la cooperazione è stata nelle sue stagioni migliori: uno strumento attraverso cui le persone si restituiscono reciprocamente la possibilità di immaginare, costruire e praticare ciò che il proprio tempo considera impossibile.