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Il costo del denaro, l’obiettivo del 2% e il culto del numero in economia

«Ciò che creò la fede nel miracolo fu l’idea che dovesse esserci un miracolo.»

Marc Bloch – Les Rois thaumaturges

«Gli uomini pratici, che si credono del tutto liberi da qualsiasi influenza intellettuale, sono solitamente schiavi di qualche economista defunto.»

John Maynard Keynes – Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta

Per secoli, in Francia e in Inghilterra, uomini e donne attraversarono città e campagne per essere toccati dal re. Soffrivano di scrofola e si avvicinavano al corpo consacrato del sovrano nella speranza che quel contatto potesse guarirli, portando dentro il rito il dolore, l’attesa e le testimonianze di chi li aveva preceduti. Quando Marc Bloch studiò quella pratica, evitò la distanza rassicurante con cui i posteri riconoscono la superstizione degli antenati e si sentono, per questo solo fatto, al riparo dalle proprie. Cercò di comprendere come una facoltà terapeutica avesse potuto essere attribuita a una posizione politica e come quella attribuzione fosse durata attraverso generazioni di sovrani e di malati. Nel gesto si incontravano la legittimità dinastica, la consacrazione religiosa, una concezione della malattia e un modo di interpretarne il decorso: il corpo che governava la legge, l’imposta e l’esercito veniva investito anche della capacità di restituire ordine al corpo sofferente.[1]

Il tocco acquistava il proprio significato dentro questa trama. Chi si avvicinava al re disponeva già di un linguaggio con cui riconoscere la virtù del gesto e interpretare ciò che sarebbe accaduto dopo; la cerimonia rendeva pubblica quella virtù e, rappresentandola davanti alla moltitudine, contribuiva a confermare l’ordine dal quale discendeva. Se il male regrediva, il miglioramento poteva diventare una testimonianza della facoltà regale, mentre il suo perdurare lasciava spazio ad altre spiegazioni, legate alla fede, al tempo, all’andamento della malattia. Fra le due attribuzioni esisteva un’asimmetria: il successo poteva accrescere direttamente l’autorità del sovrano, senza che ogni insuccesso possedesse una forza equivalente per diminuirla. Comprendere la durata del rito richiedeva quindi di guardare anche alle condizioni che rendevano riconoscibile una guarigione e a quelle che consentivano alla credenza di sopravvivere ai corpi che non guarivano.

A Francoforte, chi attende una dichiarazione si dispone intorno a un altro apparato. Davanti ai microfoni viene letto un testo del quale saranno soppesati gli aggettivi, le esitazioni e le variazioni rispetto alla volta precedente, perché ciascuna di quelle differenze può orientare decisioni che hanno un prezzo. Gli operatori finanziari cercano di anticiparne il significato, i governi ne valutano le conseguenze sui propri bilanci, le imprese si interrogano sul credito e sugli investimenti; una famiglia con un mutuo variabile incontrerà quelle parole più tardi, nella rata che dovrà pagare. La dichiarazione è la stessa, ma la possibilità di prepararsi, negoziarne gli effetti o spostarsi prima che arrivino dipende dalla posizione occupata. Il mandato e l’indipendenza hanno preso il posto di altre forme di consacrazione, mantenendo una relazione riconoscibile fra l’autorità di chi parla e la capacità della parola di modificare la condotta altrui.

Il prestigio della competenza e l’investitura giuridica contribuiscono a stabilire quali domande possano essere poste con autorevolezza e quali conseguenze debbano essere accettate. L’epopea di Alan Greenspan aveva trovato per questa figura un nome musicale, il Maestro, scelto da Bob Woodward nel 2000 per il libro sulla sua Federal Reserve.[2] La metafora raccoglieva milioni di decisioni nell’immagine di un direttore capace di condurle verso un risultato comune, lasciando sullo sfondo le differenze fra gli strumenti, gli spartiti e le possibilità di uscire dall’orchestra. Il successo della direzione poteva essere riconosciuto prima che fosse stata discussa la destinazione.

Il 26 luglio 2012, a Londra, Mario Draghi dichiarò che la BCE avrebbe fatto tutto il necessario per preservare l’euro e aggiunse: «And believe me, it will be enough».[3] Nel pieno della crisi dei debiti sovrani, quella promessa toccava il dogma del divieto di monetizzazione del debito: gli Stati dovevano procurarsi denaro sui mercati e accettarne la disciplina, mentre la capacità della banca centrale di creare moneta veniva tenuta separata dalla possibilità di sottrarli a quella dipendenza. Draghi annunciava che la BCE era pronta a impiegare quella capacità per impedire la disgregazione dell’euro. Chi scommetteva sulla crisi dei titoli sovrani doveva fare i conti con un’istituzione capace di emettere la moneta nella quale quei titoli erano denominati e disposta ad acquistarli senza fissare in anticipo un limite quantitativo all’intervento.[3] Era questo l’anatema: ciò che il dogma indicava come un pericolo diventava la forza sulla quale chiedere di fare affidamento per fermare la crisi. La promessa venne tradotta in un programma costruito per rendere praticabile l’intervento dentro l’ordinamento esistente; la clausola della sterilizzazione contribuiva a salvarne la forma, permettendo di allargare il possibile senza dichiarare fallita la dottrina che lo aveva ristretto.[4] Il programma non fu mai attivato: la disponibilità annunciata della banca centrale bastava già a modificare il terreno sul quale gli operatori prendevano le proprie decisioni. La contraddizione rimaneva esposta. La dipendenza dai mercati poteva essere contrastata quando minacciava la sopravvivenza dell’euro; la capacità di farlo esisteva anche prima, mentre si decideva entro quali confini fosse lecito impiegarla. Quei confini avevano una storia e potevano cambiare. Gli anni perduti, le attività distrutte e i beni ceduti da chi aveva subito la loro precedente rigidità restavano invece perduti, distrutti e ceduti.

È su questo terreno che Bloch torna utile alla comprensione del presente. L’analogia permette di interrogare il rapporto fra autorità ed efficacia e, soprattutto, il criterio attraverso cui un effetto viene riconosciuto come una guarigione. Un intervento può modificare davvero le condizioni finanziarie, ottenere il risultato previsto e offrire vantaggi ad alcuni soggetti; per chiamare quel risultato salute collettiva occorre però aver già deciso come comporre le esperienze di chi guadagna e di chi perde, quali bisogni prendere come riferimento e quali privazioni considerare sopportabili. La scelta politica è già operante nella definizione della salute e nel criterio che permetterà di riconoscerla, anche quando quel criterio viene presentato come una semplice lettura del risultato. Se il metro della guarigione è stato stabilito dall’istituzione che prescrive la cura, chi continua a stare male deve trovare il modo di rendere la propria esperienza pertinente a una definizione che può averla esclusa fin dall’inizio.

Un segno costruito dentro un ordinamento viene investito di un’autorità che eccede la funzione per la quale era stato prodotto. La variazione media di un indice diventa «stabilità dei prezzi»; la stabilità dei prezzi diventa stabilità economica; la stabilità economica diventa bene collettivo; il bene collettivo rende terapeutiche le conseguenze degli strumenti impiegati in suo nome. A ogni passaggio una scelta scompare dentro la parola successiva.

Prima di domandare quanto costi raggiungere il 2% bisogna quindi compiere un gesto più radicale: chiedere perché raggiungerlo sia diventato un fine socialmente desiderabile. La priorità non può essere concessa all’inizio e discussa soltanto nei suoi effetti collaterali. Se un numero autorizza privazioni, fallimenti e disoccupazione, deve dichiarare quale salute rappresenti, per chi e secondo quale concezione della società.

Chi non riceve un beneficio può essere comunque chiamato a sostenerne il costo. La ricerca di un ottimo incorpora una scelta su ciò che conta e sul peso attribuito a ciascuna perdita; la formalizzazione non le procura legittimità. Nei vestiti dell’imperatore il potere abita anche la difficoltà di porre una domanda, perché chi chiede che cosa stia vedendo rischia di essere giudicato incapace di vederlo. Una soggezione analoga nasce quando l’origine del fine scompare e resta soltanto la richiesta di fidarsi della competenza incaricata di raggiungerlo.

Ursula von der Leyen, Christine Lagarde, la Commissione, la BCE, i governi e i legislatori europei occupano posizioni differenti in questa architettura. La Commissione non determina i tassi e la BCE non approva i bilanci nazionali; la sorveglianza dei conti pubblici si riferisce ad altre soglie, il 3% per il disavanzo e il 60% per il debito in rapporto al PIL, fissate dal diritto europeo.[5] Eppure la distinzione delle competenze non separa nello stesso modo le conseguenze che raggiungono una persona, perché rata, stipendio, energia, imposta e servizio pubblico insistono sul medesimo reddito e arrivano nello stesso mese. Le famiglie non vivono dentro un organigramma e non possono distribuire la propria esistenza fra gli uffici competenti fino a far scomparire il conto complessivo. Se ciascuna istituzione risponde soltanto della quota che riconosce come propria, la loro azione congiunta può produrre una perdita politicamente orfana: una vita modificata da decisioni delle quali nessuno si considera responsabile nella forma in cui vengono vissute.

Il 2% è qui il caso esemplare di una lunga famiglia di indicatori di prestazione, obiettivi di bilancio e soglie finanziarie che hanno attraversato lo stesso passaggio. Diversi per funzione, acquistano il potere di presentare il proprio rispetto come una necessità delle cose. Una scelta istituisce il riferimento; quel riferimento organizza pratiche e dipendenze che durano nel tempo, mentre l’atto che lo ha prodotto può scomparire dalla spiegazione. Quando gli effetti della regola vengono invocati come ragioni della sua inevitabilità, il percorso si chiude: ciò che è stato istituito appare come ciò a cui bisognava obbedire. Seguire il due per cento permette di riconoscere questa trasformazione anche negli altri numeri ai quali affidiamo il potere di giudicare le nostre vite.

Il due per cento di che cosa, per quale fine, a beneficio di chi?

Sul tavolo di una famiglia c’è uno scontrino; su quello dell’istituzione c’è un indice. Il rincaro del pane pesa sul bilancio familiare in rapporto al reddito, alle altre spese, alle rinunce ancora possibili. Nell’indice, il suo contributo dipende dal peso assegnato a quella voce nella spesa aggregata. Per costruire quel numero occorre scegliere quali consumi osservare, in quali territori e periodi, come confrontare confezioni e qualità che cambiano. Fra il prezzo incontrato da una persona e il dato che orienta la politica monetaria c’è un lavoro che seleziona, ordina e pondera. La distanza fra i due tavoli è già politica: le differenze conservate stabiliscono come la condizione di chi ha conservato lo scontrino potrà comparire nella rappresentazione comune.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo, prodotto dagli istituti statistici nazionali e da Eurostat e utilizzato dalla BCE, osserva la spesa monetaria per consumi delle famiglie, comprendendo alimentari ed energia. Le categorie ricevono un peso in relazione alla spesa, cosicché la loro incidenza sul risultato dipende da quanto viene acquistato e da quanto denaro viene destinato a quegli acquisti.[6] Dentro questa costruzione, chi può spendere di più concorre maggiormente alla composizione dell’aggregato, mentre il bisogno di chi dispone di poco entra soltanto nella misura in cui riesce a diventare spesa. La ponderazione rende operativa una scelta: assumere la distribuzione della spesa come criterio del peso attribuito ai consumi. Prima che quel risultato venga utilizzato per orientare i tassi, redditi e patrimoni hanno già contribuito a stabilire quali rincari incideranno di più sulla rappresentazione comune. La necessità di mangiare di chi dispone di cento euro non diventa dieci volte minore perché qualcun altro ne spende mille; impiegare il rapporto fra gli importi nella ponderazione della spesa non procura un criterio per stabilire quanto contino le due necessità.

Una visita alla quale si rinuncia, una stanza lasciata fredda, un pasto ridotto non costituiscono acquisti dai quali ricavare la misura del bisogno insoddisfatto. Fuori dal compito dell’indice rimane la distanza fra la vita che una famiglia riesce a pagare e quella di cui avrebbe bisogno.[6] La domanda osservata è già selezionata dal reddito, dal patrimonio e dall’accesso al credito. Dimenticare quella selezione permette di trattare la spesa come espressione compiuta di preferenze libere: ciò che una persona ha smesso di domandare sul mercato scompare anche dalle ragioni per interrogare il risultato. La precisione statistica può essere elevata e la domanda sociale rimanere senza risposta, perché riguarda un oggetto escluso dalla rilevazione.

A Vienna l’Arbeiterkammer, la Camera del lavoro, osserva quaranta prodotti alimentari e per la pulizia nella fascia più economica di sette catene. Fra settembre 2021 e dicembre 2024 il paniere è passato da circa cinquantuno a quasi settantotto euro, con un aumento del 53%: le penne erano rincarate del 97%, farina e caffè dell’88%, il succo d’arancia del 162%. Nel marzo 2026 il monitoraggio registrava un calo del 5,5% sull’anno precedente e un costo ancora superiore del 49% a quello del settembre 2021; per il caffè in grani il rincaro cumulato arrivava al 151%.[7] La discesa recente e l’aumento accumulato convivevano. Chi seguiva soltanto l’ultima variazione poteva raccontare un miglioramento; chi continuava a comprare partendo dallo stesso reddito incontrava ancora gran parte della perdita.

La scelta delle referenze meno care rende quel paniere interessante per una ragione che va oltre la dimensione del rincaro. Una famiglia abituata a prodotti costosi può cambiare marca, cercare un’offerta o rinviare una spesa per assorbirne un’altra; chi dispone di risparmi può anticipare un acquisto conveniente, chi ha spazio può fare scorta, chi ha tempo e mezzi può raggiungere un negozio più economico. Queste possibilità richiedono risorse e impongono rinunce, ma conservano un margine entro il quale la spesa può essere riorganizzata. Quando si comprava già il prodotto meno caro, quel margine si restringe fino a toccare la quantità e l’adeguatezza di ciò che si consuma. Il passaggio ulteriore può essere un alimento in meno, un pasto saltato, l’attesa di una distribuzione, la dipendenza da chi può aiutare. Il medesimo aumento percentuale attraversa dunque possibilità di adattamento diseguali, e la sostituzione che in un bilancio appare come un cambiamento di standard può assumere, in un altro, la forma di una privazione. Il perimetro viennese è circoscritto; proprio questa delimitazione permette di vedere una domanda che nella media generale perde nitidezza: quanto costa continuare a comprare quando la ricerca del meno caro era già stata esaurita?

Nel 2025 l’inflazione media annua dell’area euro è stata del 2,1%, mentre il livello medio dei prezzi era superiore di circa il 23% a quello del 2020.[8] Gli aumenti che rallentano conservano gli aumenti precedenti: per recuperare capacità di acquisto devono cambiare anche il reddito disponibile e le altre condizioni della vita. Il ritorno della variazione vicino al 2% può quindi stabilizzare un impoverimento, quando il salario non ha recuperato, i risparmi sono stati consumati e le rinunce dell’emergenza sono diventate abitudini obbligate. Se si chiama normalità il nuovo andamento dell’indice, quale normalità è stata costruita per chi vi arriva con meno possibilità di prima?

Il rincaro del paniere viennese equivale, nell’intervallo considerato, a circa il 14% medio annuo composto.[9] Quel dato segue acquisti essenziali nella fascia economica; il bersaglio del 2% riguarda un aggregato di consumi e territori. I due numeri rispondono a domande diverse, e proprio questa distanza interessa: quale esperienza viene assunta come criterio della decisione, e che cosa accade alle altre quando quel criterio acquista il potere di prescrivere interventi comuni? La pertinenza di una misura al mandato di un’istituzione non basta a renderla misura della vita raggiunta dai suoi strumenti.

La compensazione fra prezzi rende visibile un’altra parte della distanza. Nell’aggregato, il ribasso di una categoria può compensare il rincaro di un’altra secondo i pesi attribuiti; nel bilancio di una persona, quella compensazione esiste soltanto se interessa acquisti che la persona compie e fra i quali può ridistribuire la spesa. Un apparecchio diventato meno caro non libera reddito a chi non lo comprerà, mentre il latte, l’affitto e il tragitto per andare al lavoro continuano a richiedere pagamenti. Persino quando la sostituzione è materialmente possibile, occorre domandarsi che cosa costi in tempo, qualità o dipendenza. Un tragitto più economico che aggiunge due ore alla giornata modifica la vita anche se riduce una voce monetaria; l’assistenza prestata gratuitamente da un familiare può alleggerire una spesa trasferendo altrove il lavoro che la rendeva necessaria. Per riconoscere questi spostamenti serve una descrizione dei rapporti nei quali il denaro viene impiegato, perché la somma degli importi conserva soltanto una parte di ciò che è stato distribuito.

Anche lo spazio impedisce di attribuire all’euro un’esperienza uniforme. A Baden-Baden, a Cagliari, a Orune o a Buddusò la banconota ha lo stesso valore nominale, ma incontra reti differenti di lavoro, trasporti, servizi, proprietà e relazioni familiari. Una casa ereditata può proteggere dall’affitto senza procurare il reddito necessario a restare in un territorio privo di occupazione; un’automobile può essere sostituibile dove i collegamenti sono adeguati e diventare una condizione del lavoro dove mancano. Nella stessa Milano, chi abita una casa di proprietà e chi destina all’affitto una parte decisiva dello stipendio partecipa al medesimo territorio statistico attraverso obbligazioni diverse. Per questo la politica monetaria comune raggiunge famiglie e imprese attraverso strutture che ne modificano l’incidenza: il tasso incontra un mutuo fisso o variabile, un finanziamento da rinnovare o già assicurato, un patrimonio che produce reddito o un debito che lo assorbe. Sul tavolo dell’istituzione queste differenze possono essere studiate, ma il bersaglio che ordina la decisione resta uno; sul tavolo della famiglia il suo conseguimento sarà giudicato insieme alle spese ancora da pagare, anche quando quelle spese raccontano una storia che il successo dell’aggregato non è in grado di concludere.

Nomofisi del numero

Il 2% ha una storia istituzionale che la ripetizione quotidiana tende a cancellare. Il trattato attribuisce alla banca centrale l’obiettivo principale della stabilità dei prezzi; la BCE ne ha costruito la definizione quantitativa. Nel 1998 indicò un aumento dell’indice inferiore al 2%; nel 2003 precisò «inferiore ma prossimo»; nel 2021 adottò l’obiettivo simmetrico del 2% nel medio periodo, confermato nel 2025.[10] La cifra conserva una continuità grafica mentre cambia il modo di giudicarne gli scostamenti. Il significato operativo del bersaglio appartiene a decisioni rivedibili, sostenute ogni volta da argomenti e da un’autorità capace di farli valere.

La Nuova Zelanda aveva dato un impulso decisivo alla costruzione di una politica monetaria intorno a un obiettivo numerico esplicito. Nel marzo 1990 l’accordo fra governo e banca centrale fissò fra zero e 2% l’aumento dei prezzi da raggiungere entro il 1992, legando un intervallo e una scadenza alla possibilità di valutare l’operato del governatore.[11] L’operazione rispondeva a un problema di responsabilità: un incarico formulato genericamente poteva essere interpretato in modi diversi, mentre una cifra permetteva di dichiarare in anticipo quale risultato sarebbe stato considerato un successo. Proprio questa chiarezza contribuiva però a stabilizzare anche la scelta del fine. Una volta costruito il dispositivo, il confronto pubblico poteva concentrarsi sulla credibilità del governatore, sulla qualità delle previsioni e sull’efficacia degli strumenti, assumendo come premessa la priorità di quel particolare risultato. La misurabilità dell’esecuzione tendeva così a occupare lo spazio della discussione su ciò che meritava di essere eseguito.

Perché proprio il 2%, e non lo zero che la parola stabilità farebbe pensare? La BCE motiva il margine positivo anche con il bisogno di mantenere spazio per ridurre i tassi nominali in caso di shock disinflazionistici: un’inflazione positiva sostiene un livello tendenziale dei tassi che li tenga più lontani dal limite inferiore. A questo argomento affianca il rischio di deflazione e le distorsioni di misurazione dell’indice.[12] La giustificazione è istruttiva: si chiede alla società di assumere un certo aumento dei prezzi come obiettivo anche perché l’istituzione possa conservare la possibilità di abbassare il prezzo del denaro. Il bisogno operativo dell’apparato compare fra le ragioni del bene che l’apparato dichiara di perseguire. Ma da quale passaggio dovrebbe discendere che il benessere condiviso coincida con il mantenimento di quello spazio di manovra, e che per difenderlo sia legittimo comprimere redditi, investimenti e lavoro?

Il cerchio del limite inferiore dei tassi si chiude qui. Si assume un ordinamento nel quale il governo delle condizioni del credito occupa una posizione centrale, si individua un bersaglio che ne agevoli il funzionamento e si presenta il bersaglio come una necessità della società. La scelta delle istituzioni entra fra le premesse e ritorna, rivestita dal calcolo, come una proprietà delle cose. Che esista un limite alla riduzione dei tassi non dimostra che l’architettura entro la quale quel limite conta debba prevalere su ogni altra organizzazione possibile della moneta, né che il numero scelto per farla funzionare definisca la salute collettiva. La circolarità riguarda questo salto: ciò che serve al dispositivo diventa la ragione per chiedere alla società di servirlo. La disponibilità di più strumenti monetari amplia i mezzi con cui perseguire la priorità, lasciando intatta la domanda su chi abbia autorizzato quella priorità a comandare sugli altri fini.

Nell’area euro le premesse assumono una forma giuridica particolarmente riconoscibile. La politica monetaria è comune, mentre fiscalità, bilanci e debiti pubblici restano in larga misura nazionali; il finanziamento monetario diretto delle amministrazioni incontra il divieto dell’articolo 123 e l’indipendenza della banca centrale è protetta dall’articolo 130.[13] Queste disposizioni incidono sulle possibilità degli attori: una banca può accedere al rifinanziamento alle condizioni stabilite, uno Stato deve procurarsi risorse attraverso altri canali, un’impresa deve ottenere da un intermediario il riconoscimento della propria capacità di restituirle. La valuta nella quale viene espresso il bisogno di pagamento è la stessa, mentre i titoli di accesso sono differenti. La scarsità che un debitore incontra alla scadenza è effettiva e può portarlo all’insolvenza; ricostruirne l’origine istituzionale permette di distinguere il suo bisogno di mezzi di pagamento dalla mancanza materiale di lavoro, impianti o beni. È dentro questa distinzione che una decisione presentata come finanziariamente impossibile può tornare a essere politicamente discutibile.

L’indipendenza conserva un ordine di priorità che non viene rimesso al voto a ogni cambiamento di governo. Interrompe determinate dipendenze, mentre restano le relazioni con mercati e intermediari, la scelta dei modelli e gli effetti sui bilanci pubblici. L’assenza di un’istruzione ministeriale sposta il luogo in cui la decisione viene autorizzata, senza renderla estranea alla politica. Affidare i mezzi a un corpo di esperti dà forza anche alle ipotesi sui soggetti e sulle perdite accettabili incorporate negli strumenti. È già attraverso queste premesse che alcune alternative diventano praticabili e altre cominciano ad apparire impossibili.

La pandemia rese visibile quanto le possibilità d’intervento dipendessero anche da questa organizzazione. Il programma d’emergenza della BCE, l’attivazione della clausola generale di salvaguardia delle regole fiscali, le garanzie pubbliche e il debito comune per Next Generation EU ampliarono dimensioni e modalità della risposta, seguendo percorsi giuridici distinti.[14] Il diritto continuò a operare mentre venivano modificate autorizzazioni e programmi; proprio per questo l’episodio impedisce di confondere ogni limite vigente con una impossibilità materiale. Nel 2012 la disponibilità della BCE a difendere l’euro aveva cambiato le attese intorno ai debiti sovrani; nel 2020 una nuova emergenza rese praticabili forme di sostegno che la precedente gestione della crisi aveva circoscritto diversamente. Il confronto deve seguire le differenze fra le situazioni, ma quelle differenze non cancellano la domanda su come si formi la volontà di aprire un canale e su quali distruzioni si sia disposti a prevenire attraverso la sua apertura.

Da quando, allora, la necessità di far funzionare questo apparato dimostra che il suo bersaglio sia un fine socialmente desiderabile? Da mai. Una società può darsi istituzioni, affidare loro compiti e accettare vincoli; da nessuno di questi atti discende che la conservazione dell’assetto debba diventare il criterio del suo bene. Il 2% è stato istituito come priorità e viene difeso come necessità operativa, ma la promozione di questa necessità a salute collettiva è precisamente ciò che resta da giustificare. Soltanto ciò che è socialmente desiderabile dovrebbe diventare istituzionalmente necessario; qui il rapporto viene rovesciato e la società è chiamata a consumare le proprie possibilità affinché l’apparato conservi le sue. Il problema non è un decimale scelto male: è il diritto attribuito al decimale di stabilire quali vite debbano adattarsi.

Veblen seziona il tavolo di Versailles

Nel settembre 1920 Thorstein Veblen pubblicò una recensione di The Economic Consequences of the Peace, il libro con cui Keynes aveva denunciato le conseguenze economiche della pace di Versailles. Keynes aveva partecipato alla Conferenza di Parigi, si era dimesso dalla delegazione britannica e aveva rivolto ai vincitori un’obiezione che muoveva dalle condizioni materiali della ricostruzione: una pretesa di pagamento non procura al debitore i mezzi necessari a soddisfarla, e impoverire l’economia tedesca avrebbe compromesso anche i commerci e la ripresa del resto d’Europa. Il conto della guerra doveva essere giudicato insieme alla possibilità di costruire la pace che quel conto dichiarava di servire. Veblen riconobbe la forza della diagnosi, ma concentrò l’attenzione su ciò che rimaneva protetto anche dentro la soluzione proposta da Keynes: l’assetto proprietario a partire dal quale si stabiliva chi dovesse pagare.[15]

La rappresentanza parlamentare della Germania imperiale conviveva con la dipendenza del cancelliere dall’imperatore e con il crescente dominio militare durante la guerra.[16] Il minatore della Ruhr, l’industriale, il grande proprietario e i vertici militari avevano avuto poteri diversi; nell’identità della nazione sconfitta diventavano però un debitore comune. La Repubblica ereditava una rete di pretese sul reddito futuro. Seguirle separatamente permette di vedere chi avrebbe continuato a ricevere e chi sarebbe stato chiamato a pagare.

Le riparazioni erano obbligazioni fra Stati, imposte dai vincitori alla Germania; i debiti interni di guerra erano titoli detenuti dai creditori delle amministrazioni tedesche. La loro tutela stabiliva una destinazione delle risorse interne mentre si discuteva come reperire quelle necessarie agli indennizzi esterni. Veblen indicava la possibilità di ripudiare i debiti interni di guerra e di confiscare la ricchezza proprietaria, destinandola a beneficio di chi aveva subito l’aggressione tedesca.[15] La proposta non consisteva dunque nel cancellare indistintamente il conto presentato dai vincitori, ma nel modificare il soggetto dal quale ricavare il pagamento. Il costo avrebbe potuto raggiungere i patrimoni del ceto proprietario invece di essere trasmesso alla popolazione attraverso la continuità degli obblighi pubblici e dei diritti privati. Nel distinguere queste posizioni, Veblen faceva emergere un’alternativa che il semplice confronto fra creditore nazionale e debitore nazionale lasciava fuori dal campo.

La ragione per cui quell’alternativa incontrava un limite oltrepassava il confine della Germania. La protezione dei proprietari tedeschi, dopo una guerra combattuta contro lo Stato al quale appartenevano, diventava comprensibile alla luce del precedente che la loro espropriazione avrebbe creato per i proprietari dei paesi vincitori. Veblen rendeva esplicita questa solidarietà: l’antagonismo fra nazioni poteva convivere con la difesa di un assetto patrimoniale condiviso, e la sconfitta militare non comportava necessariamente che il suo costo raggiungesse per primi coloro che avevano avuto maggior potere nell’ordine sconfitto. Il minatore poteva così essere chiamato a sostenere insieme il risarcimento dovuto all’esterno e la conservazione delle pretese riconosciute all’interno. La parola nazione procurava un debitore comune, lasciando all’ordinamento il compito di decidere quali differenze fra i suoi abitanti dovessero continuare a produrre reddito e quali potessero essere trascurate quando arrivava il pagamento.

Un credito può sopravvivere al rovesciamento delle istituzioni e al succedersi delle generazioni perché un ordinamento continua a riconoscerlo e a renderlo esigibile. La dottrina del debito odioso, sistematizzata da Alexander Sack nel 1927, interroga gli obblighi contratti contro gli interessi della popolazione con la consapevolezza dei creditori.[17] La sua applicazione è controversa, ma la domanda che apre raggiunge proprio ciò che l’invocazione della continuità tende a chiudere: quale rapporto fra consenso, beneficio e responsabilità consente di trasferire al futuro una pretesa nata sotto un potere precedente?

L’iperinflazione di Weimar si sviluppò dentro questo intreccio di sconfitta, obblighi esterni, conflitti distributivi, fragilità fiscale e produttiva, fino all’occupazione della Ruhr. La Reichsbank emetteva moneta in una situazione nella quale la disponibilità di marchi non procurava automaticamente oro, valuta estera o produzione esportabile con cui regolare le pretese provenienti dall’esterno. Per comprendere l’espansione monetaria bisogna quindi ricostruire sia le ragioni che la sollecitavano sia le relazioni attraverso cui essa modificava prezzi, cambi, redditi e patrimoni. La fotografia dei marchi nelle carriole, separata da questa storia, permette invece di condensare il processo in un ammonimento che può essere applicato prima di aver esaminato il caso al quale viene rivolto. Chi propone un diverso uso della capacità monetaria viene chiamato a rispondere dell’immagine della catastrofe, mentre le condizioni che avevano reso possibile quella catastrofe possono rimanere fuori dalla discussione.

La formula di Friedman secondo cui l’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario offre una sintassi particolarmente efficace a questa riduzione quando viene impiegata come spiegazione autosufficiente.[18] La storia monetaria statunitense costituisce una parte fondamentale del suo lavoro; il suo programma di ricerca comprende anche lo studio dei collassi monetari. Nel volume da lui curato nel 1956, Cagan studiò sette iperinflazioni: Austria, Russia, Germania, Polonia e Ungheria nei primi anni Venti, Grecia alla fine della seconda guerra mondiale e di nuovo Ungheria nel dopoguerra.[19] Erano esperienze estreme, attraversate da distruzioni e trasformazioni politiche profonde. Farne una chiave capace di aprire qualunque congiuntura significa chiedere a economie devastate dalla guerra e dalla disgregazione politica di dimostrare una necessità valida anche dove cambiano istituzioni, produzione e rapporti di credito. Le condizioni storiche che rendono intelligibile un processo vengono abbandonate nel momento in cui il processo viene promosso a legge. La formula può così rispondere prima che siano state formulate le domande sulla produzione, sui costi, sul debito e sul potere di fissare i prezzi: la moneta emessa occupa il posto della causa perché tutte le relazioni che potrebbero complicarne il primato sono già state espulse dal racconto.

Anche la memoria della catastrofe politica tedesca cambia significato quando le viene restituita la cronologia. L’avanzata nazista che condusse alla conquista del potere si sviluppò negli anni della depressione e dell’austerità di Brüning, fra il 1930 e il 1932, quando la contrazione della spesa e la disoccupazione appartenevano alla vita quotidiana di una società già attraversata dalla crisi. Le ricerche sulle differenze territoriali hanno rilevato un’associazione fra l’intensità dell’austerità e l’aumento del consenso nazista; nel luglio 1932 il partito raggiunse il 37,3% dei voti e il 30 gennaio 1933 Hitler fu nominato cancelliere.[20] Eppure l’ammonimento monetario continua a essere occupato dalla fotografia del 1923, mentre la Germania dei prezzi che scendevano e dei disoccupati che aumentavano rimane molto meno disponibile a giudicare la cura. Una memoria che invita a temere l’emissione e dimentica di interrogare la contrazione ha già scelto quale catastrofe possa diventare una lezione. Veblen aveva inciso proprio in questa selezione: la difesa delle pretese riconosciute dall’ordine può distruggere le condizioni sociali sulle quali quell’ordine pretende di durare.

Il debito sopravvive al debitore

Nel 1930 la Banca dei regolamenti internazionali (BIS) nacque a Basilea per svolgere un compito nel quale la controversia di Versailles aveva già assunto la forma di un’amministrazione. Il Piano Young aveva riorganizzato le riparazioni tedesche e occorreva un’istituzione capace di ricevere e distribuire i pagamenti, oltre che di esercitare funzioni di agente per i prestiti internazionali collegati a quel sistema.[21] Una relazione politica fra vincitori e vinti veniva affidata a procedure, conti e competenze che avrebbero dovuto garantirne il regolamento attraverso l’instabilità dei governi. Il passaggio non cancellava il conflitto sulla pretesa, ma costruiva un luogo nel quale quella pretesa poteva essere trattata come un problema di esecuzione. La disponibilità di un apparato rendeva durevole una domanda: come assicurare continuità ai pagamenti quando le condizioni politiche e materiali che li sostengono cambiano?

La fine del sistema delle riparazioni, sancita politicamente a Losanna nel 1932, non comportò la fine della banca. La BIS attraversò la guerra e sopravvisse alla richiesta di liquidazione formulata a Bretton Woods nel 1944, abbandonata nel dopoguerra. Le sue funzioni si spostarono verso la cooperazione monetaria europea, fino a sostenere i lavori preparatori dell’unione monetaria.[22] Un’istituzione nata per amministrare determinate pretese conservava così una capacità di organizzare problemi anche dopo la scomparsa del compito originario.

Questa persistenza appartiene all’isteresi delle istituzioni: il passato opera attraverso forme che sopravvivono alle condizioni nelle quali furono prodotte. Personale, archivi, procedure e relazioni rendono un’organizzazione già esistente candidata a occuparsi del problema successivo. La soluzione precedente contribuisce a selezionarne il luogo e il linguaggio, mentre nuove funzioni trasformano l’apparato che le assume. Chi entra nella crisi con un’infrastruttura riconosciuta occupa una posizione diversa da chi deve procurarsi un luogo per rendere udibile la propria domanda. Il debito possiede un’amministrazione della continuità; il bisogno di chi dovrà sostenerlo può doverla costruire ogni volta.

La BIS, organizzazione internazionale in forma societaria partecipata da banche centrali, offre servizi alle istituzioni monetarie ufficiali; il suo statuto le vieta di concedere anticipazioni ai governi.[23] La cooperazione fra custodi della moneta dispone di canali dedicati, mentre il finanziamento diretto delle collettività politiche incontra altre autorizzazioni. È una separazione che ritroviamo nell’architettura europea: chi custodisce il sistema dei pagamenti e chi deve finanziare una decisione pubblica non si presenta alla moneta con lo stesso titolo, anche quando entrambi invocano un interesse collettivo.

La parola creditore raccoglie però posizioni che devono essere distinte. Un lavoratore che attende la paga, un depositante che deve pagare l’affitto e un fondo che detiene un’obbligazione hanno capacità di attendere radicalmente diverse. Conservare il sistema dei pagamenti può richiedere anche di sacrificare pretese private. La domanda ereditata da Veblen riguarda quindi quali funzioni vengano protette insieme a quali diritti: l’appartenenza a una categoria giuridica comune lascia interamente aperto il giudizio sulle priorità.

Nell’ultimo capitolo della Teoria generale, Keynes auspicava l’«eutanasia del rentier», il venir meno della rendita legata alla scarsità del capitale.[24] La formula colpiva il diritto a ricevere un reddito per il solo fatto di possedere ciò da cui dipende l’accesso al finanziamento. Quando, invece, per conservare quel reddito si impone al debitore di vendere gli strumenti con cui lavora, ridurre ciò di cui vive e compromettere la possibilità di produrre domani, il movimento si rovescia: l’eutanasia del debitore, perché il rentier sopravviva. Il bene ceduto può continuare a produrre, ma per un proprietario diverso; il pagamento è stato eseguito e la subordinazione che lo rendeva necessario può essersi accresciuta. Chiamare stabilità questo esito significa assumere la durata della pretesa come misura, lasciando che la distruzione delle condizioni del debitore compaia come il prezzo dell’aggiustamento. Il diritto del creditore è una posizione; la stabilità è una relazione, e conservare integralmente la prima può consumare ciò che tiene in vita la seconda.

La storia iniziata a Basilea conduce così a un problema che oltrepassa la sopravvivenza di una singola organizzazione. Il sapere attraverso cui le istituzioni definiscono la stabilità prende forma dentro un ordinamento che riconosce determinate obbligazioni, ne disciplina l’esigibilità e organizza le condizioni del pagamento. Liquidità, esposizioni e insolvenze acquistano significato in relazione a questa architettura: quali scadenze devono essere rispettate, quali beni possono garantire un credito, quali interruzioni vengono riconosciute come minacce per il sistema. La scelta politica opera già nel perimetro dell’osservazione, nel modo di classificare le relazioni e nel criterio attraverso cui alcune perdite diventano rilevanti per la stabilità, mentre altre restano problemi dei soggetti che le subiscono. Un calcolo può descrivere con precisione il rischio di mancato pagamento e lasciare fuori dal proprio compito la distruzione necessaria a evitarlo. Quando quella precisione viene invocata per giustificare la priorità del pagamento, l’ordinamento riceve dal sapere costruito al suo interno una conferma che può far dimenticare le scelte dalle quali entrambi dipendono.

Young conta chi entra nella stanza

Nel 2012 Kevin Young studiò le pressioni dell’industria finanziaria durante la costruzione di Basilea II, trovando un’influenza privata intensa ma variabile secondo le questioni e le fasi del processo.[25] Il potere si manifestava anche nella capacità di formulare il problema nella lingua attraverso cui sarebbe stato corretto: simulare l’effetto di una soglia sui portafogli, proporre una misura diversa del rischio, rendere onerosa agli occhi del regolatore una particolare scelta. La decisione restava contendibile; i mezzi per contenderla erano distribuiti in modo diseguale.

Una consultazione pubblica permette di rendere visibili le proposte senza procurare a ogni partecipante le risorse necessarie a seguirne la formazione. Un gruppo internazionale può simulare gli effetti di una formula su migliaia di esposizioni, impiegare specialisti, confrontare giurisdizioni e intervenire nelle successive revisioni di un testo. Una comunità che teme di perdere l’unico interlocutore bancario o un’impresa che dipende da una relazione territoriale deve compiere un lavoro diverso: tradurre la propria possibile perdita in un effetto pertinente alla domanda prudenziale, trovare i dati per descriverlo e sostenere la presenza nel tempo della consultazione. Quando il primo soggetto arriva con una proposta già espressa nel linguaggio del regolamento e il secondo con un bisogno ancora da rendere misurabile, l’uguaglianza formale dell’accesso convive con una differenza nella possibilità di modificare l’oggetto. L’asimmetria comincia prima dell’eventuale incontro e può continuare anche quando nessuno vieta a nessuno di partecipare.

Il Comitato di Basilea nacque nel 1974, dopo il fallimento di Herstatt e le turbolenze che avevano mostrato le lacune della vigilanza su banche operanti oltre i confini nazionali. Riunisce banche centrali e autorità di supervisione, con un segretariato ospitato dalla BIS.[26] I suoi standard acquistano efficacia attraverso l’attuazione negli ordinamenti dei membri: la produzione della regola precede quindi il procedimento legislativo che le darà applicazione. Quando il testo arriva al legislatore, una parte del mondo sul quale si deve decidere ha già ricevuto una forma.

Capitale riconosciuto, rischio comparabile, garanzie ammissibili: le categorie selezionano le domande alle quali diventa naturale rispondere. Si può discutere il peso di un’esposizione, mentre la funzione sociale dell’attività finanziata deve trovare un altro modo di entrare nella decisione. Il confronto internazionale rafforza questa selezione: uno scostamento nazionale dovrà essere spiegato rispetto a ciò che è già stato definito prudente o conforme. La scelta politica esercita i propri margini dentro una costruzione che rende alcune soluzioni immediatamente riconoscibili e altre bisognose di una giustificazione supplementare.

Da Basilea I, nel 1988, alle riforme successive alla crisi finanziaria, gli standard hanno costruito un rapporto fra il rischio attribuito agli impieghi e il capitale richiesto alle banche per assorbire perdite.[27] Il peso assegnato a un’attività concorre così a determinarne il costo e la convenienza rispetto ad altre. I modelli interni possono modificare questa valutazione; le ultime riforme limitano il risparmio di capitale che permettono di ottenere rispetto al calcolo standard. Una misura viene confrontata con un’altra per impedirle di allontanarsene troppo verso il basso. Si può richiedere alla banca una maggiore capacità di sopportare perdite senza aver reso prevedibile il processo che le produrrà: poter assorbire un evento e saperlo anticipare restano capacità differenti.

Il rapporto con il 2% passa attraverso il credito. Il bersaglio monetario orienta gli strumenti della banca centrale; gli standard prudenziali incidono sui bilanci degli intermediari, che scelgono come adeguarli. Per una piccola impresa l’esito può essere un costo maggiore o un affidamento non rinnovato. Attribuirlo soltanto alla formula nasconde le decisioni; attribuirlo soltanto alla banca nasconde le condizioni entro cui decide. La stanza studiata da Young permette di risalire fino al momento in cui quelle categorie erano ancora proposte sulle quali qualcuno disponeva dei mezzi per intervenire.

Il casinò ottiene un certificato di agibilità

Una casa finanziata da un mutuo rimane nello stesso luogo mentre la promessa di pagamento può attraversare molti intermediari. Il credito viene ceduto, raccolto insieme ad altri e trasformato in titoli che distribuiscono diversamente flussi e perdite; valutazioni e coperture ne accompagnano gli scambi. Nella crisi dei subprime, questa organizzazione indebolì gli incentivi a valutare i crediti originari e permise di finanziare attività lunghe con debiti da rinnovare a breve.[28] Ogni passaggio poteva generare una remunerazione, mentre la capacità finale di pagare continuava a dipendere da redditi, prezzi immobiliari e possibilità di rifinanziamento che potevano deteriorarsi insieme.

La relazione fra credito e prezzi partecipava alla produzione delle condizioni osservate. Quando l’aumento del valore delle case rendeva più rassicuranti le garanzie, poteva favorire nuovi finanziamenti e altri acquisti, che a loro volta contribuivano a sostenere le valutazioni immobiliari. Le serie sulle quali si fondava la misura del rischio contenevano anche gli effetti delle decisioni autorizzate da quella misura. Se molti operatori ritenevano di poter vendere rapidamente una posizione, la disponibilità attesa del mercato entrava nei loro calcoli; quando decidevano di farlo insieme, la simultaneità poteva ridurre proprio la liquidità sulla quale avevano contato. Il futuro differiva dal passato anche perché le condotte rese convenienti dalla lettura del passato modificavano i rapporti che il modello avrebbe dovuto rappresentare. L’evento sfavorevole non doveva necessariamente arrivare da fuori: poteva maturare nella convergenza di decisioni che, considerate separatamente, apparivano prudenti.

Un contratto può rendere negoziabile la protezione contro l’insolvenza e permettere, a chi non detiene il credito sottostante, di guadagnare dal suo deterioramento.[28] Al debitore si aggiunge una controparte che deve poter mantenere la promessa di protezione. Trasferire il rischio cambia chi lo sostiene; coprirlo costruisce un’altra obbligazione. Il prezzo al quale il contratto viene scambiato lascia da stabilire come quel rischio si comporterà in una crisi e chi potrà sopportarne le conseguenze. Le dipendenze possono cambiare forma proprio mentre la moltiplicazione dei contratti le fa apparire superate.

Le riforme successive al 2008 hanno inciso su queste fragilità. Basilea III ha innalzato i requisiti per assorbire perdite e rivisto le regole sulle operazioni che avevano alimentato la crisi.[29] Nella valutazione del 2025 il Financial Stability Board (FSB) rileva una maggiore resilienza del mercato delle cartolarizzazioni e non trova prove forti di effetti negativi materiali sul finanziamento, segnalando anche i limiti dell’esperienza di un intero ciclo del credito, soprattutto per alcuni strumenti.[28] Le differenze riscontrate vanno riferite ai rischi, alle esposizioni e agli orizzonti esaminati, perché sono questi a delimitare il significato della maggiore resilienza. Nel disegnare quel perimetro, la disciplina ha già selezionato le relazioni da proteggere e le condizioni entro le quali le attività possono continuare: verificare il risultato rispetto ai requisiti non risolve il giudizio sulle scelte incorporate nei requisiti stessi.

Il casinò del titolo è questa separazione fra l’agibilità dell’attività e il giudizio sulla sua funzione. La conformità permette di utilizzare infrastrutture giuridiche, monetarie e di pagamento, lasciando al rendimento atteso il compito di orientare la scelta. Alcune operazioni distribuiscono rischi che altri devono trasferire; altre costruiscono ulteriori esposizioni sulle stesse promesse. La possibilità di trovare un compratore non basta a distinguerne l’utilità sociale. La domanda sulla sicurezza del tavolo lascia aperta quella sul posto che debba occupare nella vita della collettività che lo rende possibile.

La concentrazione di pagamenti, risparmio e credito in pochi nodi rende la loro continuità una questione pubblica. I requisiti aggiuntivi possono limitarne la fragilità; resta una dipendenza dalla quale nasce potere, perché la minaccia di interrompere funzioni indispensabili modifica il giudizio sulla crisi di chi le esercita. Conservare quelle funzioni lascia da decidere quali pretese possano essere sacrificate. Quando una nuova generazione di standard corregge la precedente, la società contiene già case perdute, imprese chiuse e lavori interrotti. Chi sosterrà il prezzo della prudenza successiva?

La cura raggiunge chi non aveva prodotto la malattia

Nel bilancio della banca, il capitale è finanziamento capace di assorbire perdite: anzitutto azioni e utili trattenuti.[30] Quel margine può proteggere i creditori dal deterioramento delle attività; la possibilità di eseguire un pagamento alla scadenza dipende invece anche dalla liquidità disponibile. Una banca può possedere beni di valore sufficiente e non riuscire a convertirli in denaro in tempo. La distinzione conta perché, per rafforzare la propria posizione, l’intermediario dispone di strade che distribuiscono il costo dell’aggiustamento su soggetti diversi.

La banca può raccogliere capitale dagli azionisti, trattenere utili e ridurre distribuzioni; può anche vendere attività, non rinnovare prestiti o orientarsi verso impieghi meno onerosi per i requisiti. Costi, tempi e condizioni di mercato incidono sulla scelta. Se l’aggiustamento passa attraverso il credito, la riduzione del rischio bancario può trasferire una difficoltà a chi dipende dal finanziamento. La norma prescrive una condizione e lascia spazio al percorso: la formula non può assorbire la responsabilità di chi ha scelto di raggiungerla in quel modo.

Si consideri un’impresa che abbia ordini, lavoratori e capacità produttiva, ma debba pagare materie prime e stipendi prima di incassare dai clienti. La linea bancaria finanzia l’intervallo fra i due momenti, e la sua chiusura può rendere urgente una crisi che i soli ordini non risolvono. Vendere un prodotto in futuro non procura automaticamente il denaro necessario a produrlo oggi. Se la banca riduce l’esposizione, il proprio indicatore può migliorare mentre l’impresa perde la possibilità di attraversare quel tempo; per capire se si stia evitando una perdita o contribuendo a crearla bisogna conoscere la situazione del debitore e le alternative disponibili. Il valore delle competenze, la continuità di una filiera e il costo sociale di una chiusura non entrano nel rapporto patrimoniale nella forma in cui saranno vissuti. Vi compaiono attraverso flussi, garanzie e probabilità di rimborso, e possono tornare a essere rilevanti per il sistema finanziario soltanto quando la perdita di capacità produttiva si trasmette ad altre esposizioni.

L’onere prosegue lungo la filiera: chi ha potere sui prezzi può tentare di trasferirlo ai clienti, chi ha forza contrattuale può ritardare il pagamento ai fornitori, chi può comprimere il lavoro cerca lì il margine. La perdita si arresta dove qualcuno non riesce più a respingerla o a finanziarla, anche molto lontano dal bilancio che si voleva rendere sicuro. La vulnerabilità può essere stata redistribuita e tornare alle banche attraverso insolvenze che, nel frattempo, hanno consumato lavoro e patrimonio.

I requisiti di liquidità chiedono alle banche di poter affrontare uscite urgenti e di finanziare gli impieghi con risorse abbastanza stabili.[31] Ma un investimento richiede tempo, una filiera può avere cicli lunghi e una difficoltà può restare transitoria soltanto se qualcuno ne finanzia la durata. Quali istituzioni devono sostenere attività utili quando i loro tempi non trovano un finanziatore conveniente? Lasciare la domanda senza risposta affida il futuro comune alla sola capacità presente di farsi riconoscere come bancabili.

Le regole europee raggiungono anche intermediari piccoli e territoriali e prevedono correttivi che riconoscono questa diversità.[32] Raccogliere dati, produrre segnalazioni e mantenere specialisti comporta costi che un grande gruppo distribuisce su molti più rapporti. Le proposte di proporzionalità elaborate dalle autorità rispondono a questa differenza nelle possibilità di sostenere la conformità. Imporre lo stesso adempimento a organizzazioni di scala diversa può selezionare quelle capaci di sopportarlo, anche quando la regola non dichiara alcuna preferenza per la concentrazione.

La dimensione cambia inoltre ciò che un intermediario riesce a conoscere. Una relazione territoriale può incorporare reputazione, qualità delle maestranze, memoria delle difficoltà superate e dipendenze fra imprese che i dati standardizzati rappresentano soltanto in parte. Le informazioni definite soft nel linguaggio finanziario pongono un problema di trasferimento verso un centro distante: occorre renderle verificabili da chi non condivide l’esperienza attraverso cui sono state acquisite. La difficoltà organizzativa può tradursi in una minore disponibilità a finanziare il soggetto che quelle conoscenze rendevano leggibile. Nella ricerca sulle fusioni bancarie in Spagna fra il 1996 e il 2005, Montoriol-Garriga rilevò più interruzioni delle relazioni con piccoli clienti e maggiori difficoltà nell’aprirne di nuove, insieme a tassi mediamente inferiori per i rapporti sopravvissuti.[33] Il beneficio di chi rimaneva e l’esclusione di altri appartenevano allo stesso processo. Osservare soltanto il prezzo dei prestiti ancora esistenti avrebbe cancellato una parte dell’effetto prodotto dalla fusione, senza alcun errore nel calcolo di quel prezzo medio.

Nel 2019 il FSB non trovò in generale effetti negativi materiali e persistenti delle riforme sul finanziamento delle PMI, pur rilevando differenze nazionali e irrigidimenti temporanei nelle banche inizialmente meno capitalizzate.[34] Una difficoltà transitoria nell’aggregato può però raggiungere un’impresa quando non dispone del tempo per superarla. Il nuovo credito concesso altrove non riapre l’attività chiusa. Il risultato complessivo e la perdita della singola relazione richiedono giudizi distinti: ciò che chiamiamo transitorio dipende anche dal soggetto del quale misuriamo la durata.

Il credito resta privato, il conto diventa collettivo

La Grecia mette il nome del salvataggio davanti alla destinazione del denaro. Nella ricostruzione di Rocholl e Stahmer, i primi due programmi erogarono 215,9 miliardi di euro: 139,2 furono destinati a rimborsare debito e pagare interessi, 37,3 alle ricapitalizzazioni bancarie, 29,7 agli incentivi per il coinvolgimento dei creditori privati nella ristrutturazione e 9,7 direttamente al bilancio greco al di fuori di quelle destinazioni.[35] Quest’ultima voce rappresentava meno del 5% del totale. Il paese figurava come il beneficiario dell’aiuto, mentre la parte largamente prevalente delle risorse seguiva il circuito dei debiti, delle banche e della ristrutturazione. Chiamare l’intera operazione salvataggio della Grecia attribuisce già a quella destinazione il significato di una salvezza collettiva: il pagamento delle pretese finanziarie diventa il bene del paese che deve sostenerne gli obblighi. È esattamente il passaggio che dovrebbe essere dimostrato prima di chiedere ai suoi abitanti di pagarlo.

La ristrutturazione impose perdite ai creditori privati, mentre una parte importante dell’esposizione si trasferì verso creditori pubblici.[35] Detenere un titolo all’inizio, venderlo durante il deterioramento o conservarlo fino alla ristrutturazione conduce a esiti diversi. Il patrimonio mobile può cercare un’uscita; lavoratori e territori rimangono legati alla capacità di produrre reddito che la crisi consuma. Cambiare il titolare della pretesa non procura al debitore i mezzi per soddisfarla: il futuro continua a dover essere prodotto dalla società alla quale vengono chiesti sacrifici nel presente.

Fra il 2008 e il 2013 il prodotto reale greco diminuì di circa il 27%; nel 2013 la disoccupazione superò il 27% e quella giovanile si collocò intorno al 59%.[36] Il debito continuava a chiedere un reddito a una società che ne aveva perduto più di un quarto, mentre una parte enorme dei giovani veniva esclusa dal lavoro nel momento in cui avrebbe dovuto costruire autonomia, competenze e possibilità di restare. Il nome dell’operazione prometteva una salvezza e il paese attraversava una distruzione: chiamare stabilità la continuità dei pagamenti non compone questa contraddizione, sceglie quale dei suoi lati debba valere come risultato. La capacità di un creditore di ricevere e quella di un debitore di continuare a vivere e a produrre non sono sinonimi. Quando la prima viene difesa consumando la seconda, la tutela della pretesa arriva a distruggere anche il proprio fondamento.

È socialmente desiderabile affamare una popolazione per onorare una rendita? No, e il problema comincia proprio quando una risposta così elementare deve farsi autorizzare da un modello. La fame non acquista un valore terapeutico perché il pagamento che la impone è stato riconosciuto da un contratto, e una priorità che chiede a chi non ha il necessario di preservare il reddito di chi può vivere del proprio patrimonio non diventa bene comune cambiando nome. È protezione del rentier, e come tale deve presentarsi davanti a chi ne sostiene il costo. La distinzione fra il bisogno di chi deve mangiare oggi e la pretesa di chi può aspettare non può essere cancellata invocando la categoria comune dei creditori: lavoratori, depositanti e titolari di rendite occupano posizioni diverse, e scegliere quali di esse debbano cedere è già una decisione sulla società. L’eutanasia del debitore comincia quando la continuità della rendita diventa il fine e la vita che dovrebbe sostenerla il materiale da consumare per raggiungerlo.

La vendita del patrimonio aggiungeva al reddito corrente il controllo sulle risorse future. Nell’agosto 2015 l’Eurogruppo legò il nuovo programma a un processo di privatizzazioni e a un fondo greco sottoposto a supervisione europea, prevedendo trasferimenti e forme di monetizzazione dei beni.[37] Il patrimonio pubblico entrava così nella risposta alla crisi come fonte di risorse e come oggetto di una nuova organizzazione proprietaria. Per valutarne l’esito occorre distinguere il prezzo ottenuto, il debito eventualmente ridotto, i redditi futuri ceduti e il potere di decidere sull’uso dell’attività. La richiesta ufficiale di evitare svendite riconosceva il rischio che la necessità di vendere indebolisse il venditore; non lo risolveva per il solo fatto di nominarlo. Un’amministrazione impegnata a rispettare scadenze e condizioni negozia da una posizione diversa da quella di un acquirente che può aspettare, selezionare le opportunità o rinunciare all’acquisto. La crisi modifica il mercato nel quale il patrimonio viene valutato e, attraverso la vendita, può rendere durevoli gli effetti di quella posizione temporanea.

Il bail-in europeo prevede che il dissesto bancario venga assorbito anche da proprietari e determinati creditori, escludendo i depositi coperti dalla garanzia.[38] Cambia così la distribuzione delle perdite dentro la banca; fuori restano le conseguenze che non prendono la forma di una ricapitalizzazione pubblica. Una famiglia può essere protetta come depositante e colpita come lavoratrice, un’impresa conservare il conto e perdere il finanziamento. Il costo collettivo attraversa anche chiusure, interruzioni del credito e riduzioni dei servizi: per seguirlo occorre uscire dal perimetro dell’intermediario.

Una grande banca viene definita sistemica perché l’interruzione delle sue funzioni può propagarsi rapidamente attraverso pagamenti, mercati e obbligazioni concentrate. La chiusura di molte piccole imprese può invece presentarsi come una successione di eventi locali, le cui relazioni diventano evidenti soltanto dopo che occupazione, domanda e servizi hanno cominciato a deteriorarsi insieme. Le due strutture del danno richiedono strumenti di osservazione diversi. Se la visibilità immediata nella rete finanziaria diventa il criterio dominante dell’urgenza, una perdita dispersa può essere tollerata più a lungo anche quando consuma capacità essenziali alla vita collettiva. Il riconoscimento della rilevanza sistemica stabilisce chi possa invocare la propria continuità come necessità comune; il problema politico è estendere la domanda anche alle relazioni che non hanno un bilancio unitario dal quale mostrare il rischio della propria scomparsa.

Quando una pretesa privata riceve sostegno in nome della continuità collettiva, occorre seguire a chi torneranno i rendimenti, tenendo conto anche di perdite, partecipazioni pubbliche e recuperi. È il passaggio reso visibile da Veblen: una pretesa determinata acquista una giustificazione comune, mentre il sacrificio viene distribuito fra soggetti che non avevano avuto lo stesso potere nel costituirla. Quanto credito sia stato conservato e quante condizioni di vita siano state consumate per conservarlo appartengono allo stesso giudizio, anche quando i conti vengono tenuti in stanze differenti.

Quando il costo viene chiamato moneta

Una banca che concede un prestito crea normalmente un deposito: iscrive nell’attivo il credito verso il cliente e nel passivo la somma che mette a sua disposizione sul conto. Il denaro con il quale il cliente può pagare nasce insieme all’obbligazione di restituirlo. La Bank of England descrive questo funzionamento nel 2014, correggendo sia l’immagine delle banche che si limiterebbero a prestare risparmi già raccolti sia quella di un moltiplicatore meccanico delle riserve.[39] Chiamare endogena questa moneta significa prendere sul serio la conseguenza: la quantità emerge dentro le relazioni di credito, dall’incontro fra chi domanda finanziamento e chi decide se concederlo, sotto vincoli di redditività, rischio, capitale, regolazione e regolamento dei pagamenti. Il denaro non attende già contato in una vasca dalla quale la banca centrale decida quante dosi far uscire. Viene creato, rimborsato e ricreato attraverso decisioni che dipendono dalle condizioni della produzione, dai debiti precedenti e dal potere di essere riconosciuti solvibili. Presentare la sua quantità come una variabile che l’autorità possa dosare attraverso un rapporto stabile significa aver cancellato dall’oggetto proprio le relazioni che lo producono.

Il peso della moneta creata dalle banche emerge dal caso britannico esaminato dalla Bank of England: alla fine del 2013, i depositi rappresentavano il 97% della moneta detenuta dal pubblico, mentre il restante 3% era costituito dal contante.[39] I pagamenti avvenivano dunque attraverso una moneta composta prevalentemente da obbligazioni delle banche verso i propri clienti. Le riserve detenute presso la banca centrale appartenevano a un rapporto diverso, quello attraverso cui gli intermediari regolavano i pagamenti fra loro. Quando la banca centrale annunciava di riassorbire liquidità, diventava perciò necessario chiedere su quale di queste relazioni intervenisse e quali effetti ne seguissero: modificare la disponibilità delle riserve non equivaleva, per questo solo fatto, a cancellare i depositi del pubblico o a determinare il credito che le banche avrebbero concesso.

La sterilizzazione può così preservare la rappresentazione della disciplina mentre cambia la sostanza dell’intervento: il riassorbimento delle riserve lascia distinti i titoli acquistati, il rischio assunto e gli effetti sui depositi e sui portafogli.[4] È il modo di salvare capra e cavoli, utilizzando la capacità monetaria e conservando il linguaggio che avrebbe dovuto contenerla. La moneta bancaria continua intanto a nascere dalle decisioni di credito, che quell’operazione non ha trasformato in una quantità amministrata a comando.

Per la Bank of England il prezzo del denaro è uno dei canali attraverso cui la politica monetaria influenza il credito.[39] Pretendere di governarne la quantità con il tasso è come voler controllare l’acqua di un bacino all’aperto aprendo e chiudendo un rubinetto: pioggia, affluenti, prelievi ed evaporazione continuano a modificarne il livello. Nell’economia gli altri flussi dipendono inoltre da soggetti che interpretano la decisione e cambiano comportamenti, contratti e attese. Il tasso incontra rimborsi, garanzie, domanda e vincoli bancari; la presenza di una leva non consegna una proporzione stabile fra il suo movimento e il risultato complessivo.

Per chi dispone di patrimonio e liquidità, il tasso può contribuire a scegliere fra investimenti, scadenze e rischi. Una remunerazione bassa su alcune attività può spingere a cercare rendimento altrove, orientando fondi verso titoli, immobili o altre esposizioni senza tradursi necessariamente in consumi o capacità produttiva aggiuntiva. La stessa variazione incontra una situazione diversa nell’impresa che deve pagare gli stipendi venerdì e incasserà una fattura fra sessanta giorni. Il costo del finanziamento modifica il suo conto, ma il bisogno di attraversare quei sessanta giorni esiste prima del confronto fra rendimenti alternativi; rinunciare al prestito può significare non pagare, interrompere la produzione o perdere l’ordine. Per una parte delle persone il costo opportunità viene quindi subordinato alla contingenza, perché il ventaglio delle alternative è delimitato da obblighi che non possono essere differiti liberamente. Trattare entrambe le posizioni come variazioni della stessa scelta ottimizzante fa scomparire la differenza fra decidere dove ottenere di più e cercare i mezzi per evitare una perdita immediata.

Otto anni consecutivi con l’inflazione media annua sotto il 2%, dal 2013 al 2020, e un bilancio dell’Eurosistema quasi quadruplicato fra la fine del 2014 e la fine del 2021: da 2.208 a 8.564 miliardi.[40] Acquisti e rifinanziamenti convivevano con prezzi al consumo che per anni crescevano meno del bersaglio. Il catechismo che tratta più moneta come la premessa sufficiente di più inflazione deve rispondere di questa storia: dove si sarebbe nascosta la necessità del passaggio, se per spiegarne l’esito bisogna ricostruire ogni volta destinazioni, rimborsi, portafogli, domanda e investimenti?

La distinzione fra riserve, moneta bancaria e spesa è precisamente la ragione per cui quella scorciatoia non regge. Se l’effetto dipende da chi riceve la moneta, da ciò che ne fa e dalle condizioni nelle quali può spenderla, la quantità da sola non contiene il processo dei prezzi. Invocare queste mediazioni quando l’inflazione non arriva e dimenticarle quando si deve giustificare la stretta significa usare la complessità come una protezione della dottrina: abbastanza articolata da sottrarsi alla smentita, abbastanza semplice da ordinare il sacrificio. Il bilancio quasi quadruplicato toglie al racconto automatico il diritto di presentarsi come una legge che dispensi dal dichiarare le proprie condizioni. Gli otto anni sotto il bersaglio devono pesare nel giudizio quanto la fotografia dei marchi nelle carriole.

Nel 2022 l’energia rincarò in media del 37% e contribuì direttamente a quasi metà dell’aumento dell’inflazione complessiva nel corso dell’anno.[41] Lo shock attraversava approvvigionamenti, guerra, timori di scarsità e un sistema produttivo che usciva dalle interruzioni della pandemia. Nell’agosto 2022 le quotazioni del gas al TTF superarono i trecento euro per megawattora, dopo che nel decennio precedente si erano mosse in un intervallo molto più basso, fra circa cinque e trentacinque euro. Il meccanismo europeo di correzione del mercato adottato in dicembre intervenne su un funzionamento nel quale disponibilità fisica, attese e condizioni degli scambi concorrevano ai prezzi.[41] Il prezzo sul quale si poteva intervenire modificando le regole dello scambio era stato trattato come un dato al quale gli altri redditi dovevano adattarsi. La possibilità di correggere quel meccanismo riapriva una scelta: intervenire dove il rincaro si formava oppure chiedere a chi lo subiva di ridurre la propria capacità di spendere. Disponibilità dell’energia, potere sui prezzi e domanda di credito appartenevano allo stesso processo, ma occupavano posizioni diverse; riunirle sotto il nome di eccesso di moneta permetteva di colpire la domanda senza dichiarare perché gli altri punti dovessero restare più protetti.

Weber e Wasner seguono la propagazione dei rincari attraverso il potere delle imprese di fissare i prezzi.[42] Una strozzatura nei settori a monte può offrire un segnale comune: ciascuna si attende che anche i concorrenti aumentino, rendendo meno rischioso farlo a propria volta. Nel 2022 la BCE attribuiva ai profitti unitari circa due terzi dell’aumento del deflatore del PIL, l’indice dei prezzi della produzione interna, contro circa un terzo nella media 1999–2022; nel quarto trimestre i profitti unitari crescevano del 9,4%.[43] Il conflitto distributivo era già in corso quando il lavoro chiedeva di recuperare potere d’acquisto. Far cominciare l’allarme da quella richiesta significa prendere come acquisita la distribuzione prodotta dai rincari precedenti e trattare la resistenza alla perdita come origine del problema.

Quando materie prime e scorte vengono pagate prima dell’incasso, il loro rincaro aumenta il fabbisogno monetario dell’impresa. Se anche il credito diventa più caro, si paga di più per procurarsi il denaro necessario ad assorbire quel rincaro. Chi ha potere sui prezzi può trasferire l’onere; chi dipende da pochi committenti deve assorbirlo nei margini, negli investimenti o nel lavoro.[44] Comprimere la domanda e rincarare la produzione possono avvenire insieme: presentarne soltanto il primo movimento come terapia fa scomparire il costo aggiunto dal rimedio. Il racconto della spirale salari-prezzi chiede al lavoro di giustificare il tentativo di recuperare ciò che ha perso; la catena interessi-costi-prezzi rivolge la stessa domanda al reddito finanziario, che entra nella cura già assolto.

Per l’impresa già incontrata, legata a una o due linee bancarie, il credito è un’utility in oligopolio: serve ad attraversare il ciclo produttivo e arriva da pochi interlocutori che possiedono il potere di rinnovarne l’accesso. L’esistenza di altre banche non procura automaticamente un altro finanziatore alla vigilia della scadenza. La creazione di quella moneta passa attraverso imprese private autorizzate a esercitare l’attività bancaria, mentre un’autorità pubblica modifica i tassi di riferimento che concorrono al costo del loro prodotto. Le singole condizioni vengono poi determinate dagli intermediari, e la loro capacità di scegliere incontra la dipendenza di chi ha bisogno di continuare a produrre. È dentro questa struttura che la stretta assume il significato di un rincaro imposto a un input per combattere il rincaro degli altri: la società viene chiamata a pagare più caro l’accesso al denaro con cui deve già pagare più cara l’energia. Chi vende quell’accesso e chi deve comprarlo occupano lati opposti della stessa decisione.

Nel 2023 il margine di interesse degli enti significativi vigilati dalla BCE crebbe del 20% rispetto all’anno precedente.[45] Il rincaro che raggiungeva i debitori entrava anche nel reddito di chi li finanziava, attraverso tempi di adeguamento differenti fra prestiti e depositi. La remunerazione delle riserve aggiunge un altro lato del conto: un ammontare di circa 3.600 miliardi remunerato al 4% corrisponde, a condizioni costanti, a un flusso annualizzato di 144 miliardi verso le banche.[45] Quel rendimento viene stabilito dentro l’architettura monetaria, mentre la rata, il costo dell’affidamento e la rinuncia all’investimento raggiungono chi la moneta deve procurarsela. La stessa stretta distribuisce oneri e redditi. Chiedere al lavoro di moderare la propria pretesa e trattare la maggiore remunerazione finanziaria come una funzione della cura assegna ai due aumenti uno statuto politico opposto: uno deve giustificarsi davanti al bersaglio, l’altro viene autorizzato in suo nome.

Si immagini una bolletta che quadruplica e un fornitore che presenti la successiva caduta dei consumi come il ritorno a un livello sano. Una famiglia rinuncia a riscaldare una stanza, un’altra spegne l’impianto, un’attività interrompe la produzione: Il contatore registra meno consumo, ma il bisogno rimane: chi non può più permettersi di riscaldarsi resta al freddo; l’impresa che non riesce a sostenere il costo dell’energia può essere costretta a fermare la produzione, licenziare e chiudere. La curva dei consumi energetici scende perché una parte degli utenti è stata costretta a rinunciare; leggerla come il risultato di una frugalità scelta e di un consumo consapevole orientato alla sostenibilità trasformerebbe una privazione imposta in una virtù collettiva. Nessuna proprietà di quella curva permette di chiamare guarigione l’esclusione che l’ha fatta scendere, eppure il linguaggio del credito può compiere proprio questo passaggio: una linea non viene rinnovata, l’impresa chiude, la rata assorbe il reddito destinato alle spese della famiglia e la contrazione della domanda entra fra i canali della trasmissione monetaria. Quando il bersaglio viene avvicinato attraverso queste rinunce, l’esclusione appartiene al meccanismo che produce il risultato. Il prezzo della cura è il modo in cui la cura opera, e chiamarlo effetto collaterale sottrae alla decisione ciò che essa ha utilizzato per agire.

Alzare i tassi non produce gas, grano, case o semiconduttori; modifica le condizioni alle quali famiglie e imprese possono comprarli, produrli o sostituirli. Se la difficoltà comincia dal costo di una risorsa essenziale, rincarare il finanziamento colpisce anche l’investimento che avrebbe ridotto la dipendenza da quella risorsa. La cura raggiunge insieme il consumo rinviabile, quello necessario e una parte della capacità di produrre domani, mentre la precisione del bersaglio fa apparire esatto il gesto che li attraversa. Chi pretende di risolvere questa differenza affidandola al solo prezzo del credito opera a cuore aperto con un machete e una lente d’ingrandimento: la lente è la virgola del bersaglio, il machete è la selezione fra chi può assorbire il rincaro, chi riesce a trasferirlo e chi viene tagliato fuori. Fiscalità, sostegni, regole dei mercati e investimenti possono raggiungere altri punti del processo, ciascuno con effetti e responsabilità da dichiarare. Eleggere la compressione della domanda a risposta dominante significa scegliere attraverso quali redditi e quali attività la perdita debba passare.

Nel 2022 i salari reali diminuirono diffusamente e l’OCSE rilevò pochi segnali di una spirale salari-prezzi.[46] Quando le retribuzioni inseguono aumenti già avvenuti, descriverne il recupero anzitutto come una minaccia assegna al lavoro l’onere di giustificarsi e protegge i rincari consolidati altrove. La scelta politica è già nella sequenza raccontata: lo shock energetico ha distribuito una perdita, ma nessun indice stabilisce che debba essere il salario a conservarla, né per quanto tempo. Chiedere di accettarla per raggiungere più rapidamente il bersaglio decide chi debba pagare, anche quando viene esposto come il funzionamento di un canale di trasmissione.

Il primo rialzo del ciclo arrivò nel luglio 2022, quando l’inflazione annua dell’area euro era all’8,9%; il massimo del 10,6% fu raggiunto in ottobre, seguito dal 6,9% del marzo 2023 e dal 2,9% dell’ottobre successivo.[47] In quella discesa rientravano i prezzi energetici, mentre mutavano condizioni finanziarie, produzione e domanda. La successione fra il rialzo e il calo dell’indice non consegna alla banca centrale un certificato di guarigione: il prima e il dopo non misurano quanto del risultato dipenda dalla stretta e quanto dagli altri processi. Soprattutto, non dimostrano che la perdita imposta a chi ha chiuso, venduto o rinunciato fosse il prezzo inevitabile del beneficio ottenuto. Chiamare quel costo male necessario salda due pretese: che il bene sia venuto dal male e che non esistesse un’altra strada. Il semplice ritorno verso il bersaglio non prova né l’una né l’altra.

Il male non è dimostrato necessario, è dichiarato necessario: questa è l’operazione compiuta quando la distanza dall’obiettivo viene usata per assolvere il sacrificio. Una stima del contributo della stretta deve dichiarare le ipotesi e il confronto dal quale dipende; anche un contributo accertato non dimostrerebbe che ogni perdita subita fosse inevitabile o che la distribuzione scelta fosse desiderabile. Il linguaggio della cura scavalca questi passaggi e consegna alla competenza il potere di chiamare coraggiosa la decisione, transitoria la disoccupazione, fisiologica la chiusura di un’impresa. A chi ha perduto viene chiesto di dimostrare che si potesse fare altrimenti, mentre chi ha deciso riceve dall’indice in discesa l’assoluzione che avrebbe dovuto procurarsi davanti alle vite coinvolte. Il tocco del re ritorna in questa asimmetria: la guarigione certifica l’autorità, la sofferenza deve spiegare perché dovrebbe metterla in discussione.

La cura modifica il paziente

La BCE descrive la trasmissione monetaria attraverso ritardi lunghi, variabili e incerti.[48] Alcune aspettative e quotazioni cambiano rapidamente; un mutuo fisso o un investimento già finanziato conservano per un certo tempo le condizioni precedenti. Le scadenze fanno arrivare l’aggiustamento a soggetti diversi in momenti diversi, dentro un’economia già modificata dalle reazioni altrui. La durata della trasmissione è anche una distribuzione: stabilisce chi debba sostenere subito il cambiamento e chi disponga del tempo per prepararsi.

Le relazioni fra imprese propagano l’aggiustamento. Il pagamento rinviato da un committente diventa un incasso mancato per il fornitore, che può a sua volta ritardare obblighi verso lavoratori o altre aziende. La difficoltà incontra riserve di liquidità, margini e poteri contrattuali diversi, e può fermarsi in alcuni bilanci o proseguire fino a interrompere un’attività. La chiusura di un nodo obbliga gli altri a cercare sostituti, sostenere costi di adattamento o rinunciare a una parte della produzione. La perdita iniziale di domanda può così accompagnarsi a una riduzione dell’offerta, con tempi e distribuzioni che l’andamento complessivo dei prezzi non descrive interamente. Per un’impresa sopravvissuta, la scomparsa di concorrenti può inoltre offrire quote di mercato e maggiore potere contrattuale. La ripresa dei margini di chi rimane non misura, da sola, la ricostruzione delle relazioni scomparse.

Un assestamento può durare anche con meno occupazione e bisogni insoddisfatti, quando chi ne è portatore non dispone del reddito necessario a trasformarli in domanda. Il linguaggio dell’equilibrio può rappresentare questa configurazione come una compatibilità fra comportamenti e vincoli, ma ciò che vi compare come compatibile dipende già dai soggetti, dai bisogni e dalle possibilità d’azione inclusi nella rappresentazione. Il bisogno escluso dalla domanda solvibile può rimanere fuori anche dalle condizioni attraverso cui viene riconosciuto l’equilibrio. Se i consumi si sono ridotti perché alcune famiglie hanno perduto il lavoro e le imprese hanno adeguato l’offerta alla minore domanda solvibile, il sistema può mostrare indicatori più stabili insieme a un’esclusione consolidata. Per discutere il risultato occorre mantenere visibile il bisogno che la transazione non registra, lo stesso che era rimasto fuori dallo scontrino. L’apparente ricomposizione fra domanda e offerta può essere stata ottenuta restringendo l’accesso a entrambe, e il ritorno a un andamento meno instabile non restituisce a quella restrizione una giustificazione sociale.

Un debito nominale non indicizzato perde valore reale quando cresce il livello dei prezzi, ma il debitore deve pagarlo con il reddito di cui dispone. Se il salario non tiene il passo con le spese e la rata variabile aumenta, l’alleggerimento misurato rispetto all’indice convive con una difficoltà maggiore alla scadenza. Anche il creditore può subire un’erosione e ottenere compensazioni da altri investimenti. Le formule sull’inflazione che favorisce i debitori o danneggia i risparmiatori lasciano fuori il bilancio concreto: ciò che ciascuno incassa, ciò che deve pagare e quando le somme diventano disponibili o esigibili.

La disinflazione, cioè il rallentamento dell’inflazione, lascia i prezzi in crescita finché il tasso resta positivo; la deflazione generale li vede scendere. Un immobile o un titolo possono invece deprezzarsi anche mentre i consumi rincarano. Il debitore costretto a vendere può quindi incontrare meno risorse dalla cessione e maggiori spese per energia e finanziamento. Lo stesso ribasso che offre un’occasione all’acquirente può togliere al venditore la possibilità di chiudere il debito: nessuna diminuzione dei prezzi è terapeutica indipendentemente da ciò che riguarda e dalla posizione di chi la incontra.

Nel 1933 Irving Fisher descrisse una dinamica nella quale il tentativo di ridurre i debiti alimenta l’aggravamento della crisi: le liquidazioni inducono vendite forzate, la caduta dei prezzi accresce il peso reale delle obbligazioni residue e le nuove difficoltà sollecitano ulteriori liquidazioni.[49] La deflazione da debiti richiede condizioni che vanno riconosciute nel caso studiato; non è il nome da attribuire automaticamente a ogni rallentamento dell’inflazione. La sua rilevanza sta nel mostrare una contraddizione fra la razionalità del singolo pagamento e la possibilità collettiva di continuare a pagare. Se molti debitori devono vendere contemporaneamente, il prezzo al quale ciascuno sperava di liquidare dipende da decisioni analoghe che ne stanno riducendo la realizzabilità. Il creditore che insiste sulla propria pretesa può contribuire a consumare il valore delle garanzie e il reddito dal quale dipende la soddisfazione della pretesa stessa. La continuità del diritto e quella della relazione economica tornano a divergere nel momento in cui la tutela dell’una indebolisce l’altra.

Gli anni perduti, i beni svenduti

Un’impresa che ha cessato l’attività non ricompare al primo ribasso dei tassi. La riapertura richiede capitale, lavoratori, clienti e relazioni che possono essersi dispersi; una competenza lasciata inutilizzata può deteriorarsi, una persona emigrata può aver costruito altrove i propri impegni, un fornitore può essere scomparso a sua volta. Il ritorno di condizioni finanziarie più favorevoli incontra questo presente modificato, nel quale ricostruire costa più di quanto sarebbe costato conservare e alcuni passaggi non sono più ripercorribili. Un percorso di studio interrotto, una cura rinviata e un’infanzia trascorsa nella privazione appartengono a tempi che il successivo aumento del reddito non restituisce. Chi invoca il beneficio di lungo periodo deve quindi specificare a chi arriverà, dopo quali perdite e con quali possibilità di utilizzarlo, perché il soggetto che dovrebbe riceverlo è stato trasformato dalla durata dell’aggiustamento.

L’isteresi nomina la presenza del percorso nella condizione finale. Due società con lo stesso tasso d’inflazione possono arrivarvi con perdite diverse di lavoro, salute, formazione e patrimonio. Una famiglia che ritrova prezzi più stabili dopo aver consumato i risparmi affronterà il prossimo imprevisto senza la protezione precedente. La possibilità di aspettare è distribuita come reddito, ricchezza e sostegno altrui; per chi non dispone di riserve, il tempo nel quale la cura dovrebbe produrre benefici può essere quello in cui si perdono i mezzi per riceverli.

I titoli di proprietà conservano una memoria della crisi più precisa degli annunci di ripresa. Un’azienda, un immobile o una partecipazione ceduti per soddisfare una scadenza passano di mano insieme ai redditi futuri e al potere sul loro impiego. Vendite, concessioni e cessioni di quote trasferiscono diritti differenti, ma prolungano tutte oltre l’incasso una decisione presa nell’urgenza.[37] Chi ha venduto può dover pagare per utilizzare ciò che prima possedeva; chi ha comprato incontra la ripresa con una fonte aggiuntiva di reddito. Una parte del prezzo della crisi rimane nella distribuzione delle rendite successive.

Chiamare svendita una cessione significa porre una domanda sul rapporto fra il corrispettivo e le possibilità che la necessità aveva lasciato al venditore. Il contratto può essere formalmente regolare e il mercato conoscere benissimo la sua urgenza; la presenza di più offerte non ricrea, da sola, la facoltà di aspettare. Per valutare la perdita occorre confrontare prezzo, redditi attesi, investimenti necessari, rischi e condizioni di gestione, chiedendosi anche quali alternative avrebbero potuto essere rese disponibili. Un finanziamento temporaneo, una diversa scadenza o una ristrutturazione del debito avrebbero potuto cambiare il potere contrattuale, ma richiedevano soggetti disposti e autorizzati a sostenerli. Il valore realizzato dipende dunque dal mercato effettivo e dalle condizioni istituzionali attraverso cui il venditore vi è arrivato. Trattarlo come il prezzo naturale del bene cancella dalla valutazione proprio la costrizione che può averlo depresso.

Nel patrimonio pubblico il tempo dell’emergenza incontra quello della collettività. Il programma greco del 2015 chiedeva privatizzazioni e dichiarava insieme l’esigenza di evitare svendite.[37] Ridurre il debito può diminuire la spesa per interessi, mentre cedere un’attività trasferisce entrate e controllo: il giudizio deve comprendere entrambi i lati. L’obiettivo di incasso non basta a stabilire se la collettività abbia migliorato le proprie possibilità, soprattutto quando l’urgenza comprime il tempo della scelta e i diritti ceduti durano molto più della crisi. Chi potrà decidere quando le condizioni che avevano imposto la vendita saranno cambiate?

Il 2012 e il 2020 interrogano la Grecia anche attraverso quei beni. L’allargamento degli strumenti e delle capacità di sostegno riapre la domanda sulle alternative escluse e sulla volontà necessaria a renderle disponibili prima. Il cambiamento arriva però dove i contratti di vendita restano validi e i redditi seguono i diritti trasferiti. Chi ha perduto un bene incontra la nuova possibilità d’intervento da una posizione diversa da chi lo ha acquistato. L’istituzione può chiamare apprendimento la propria revisione; il patrimonio conserva la distribuzione prodotta quando quell’apprendimento non era ancora stato autorizzato.

Una valutazione di fragilità entra nel costo del finanziamento, il costo modifica il bilancio e il bilancio successivo alimenta la valutazione. L’isteresi conserva nel risultato il percorso che lo ha prodotto; l’amnesia fa scomparire quel percorso dalla spiegazione, lasciandone operanti gli effetti. Il passaggio alla nomofisi si compie quando questi effetti vengono riconosciuti come proprietà naturali dell’oggetto e invocati per giustificare la necessità della regola stessa: il nómos ritorna come phýsis.[50] La fragilità osservata può essere reale; ciò che viene cancellato è la relazione che ha contribuito a generarla. Il due per cento appartiene a questa famiglia di riferimenti che, dopo aver organizzato le condotte, trovano nei loro esiti la conferma della propria autorità. Ricostruire il percorso restituisce al giudizio le scelte che il risultato sembrava aver reso inevitabili.

Togliere il camice al numero

Chi attribuisce priorità a una variazione dei prezzi deve spiegare perché meriti di prevalere sulla continuità di un lavoro, di un servizio o di un percorso di formazione. Il risultato aggregato non equivale al consenso di chi ne sostiene il costo. La risposta deve poter essere contestata anche da chi non possiede un modello alternativo: il diritto di discutere il fine non dipende dalla capacità di progettare lo strumento. Gli esperti entrano nel confronto con le proprie definizioni del danno, dei comportamenti e delle alternative praticabili; anche quelle premesse devono poter essere contestate.

Davanti a uno shock energetico, regole sui prezzi, tassazione delle rendite, sostegni ai redditi e investimenti raggiungono punti diversi del processo. Un sostegno può essere assorbito da chi incassa il prezzo più alto; un investimento richiede tempo ma può ridurre la dipendenza che alimenta il rincaro. Confrontare chi venga protetto, chi paghi e quali capacità materiali crescano restituisce alla decisione la responsabilità di scegliere dove intervenire. La compressione della domanda deve rispondere a questo confronto, anziché presentarsi come la risposta già dovuta.

Anche l’apparato più complesso conserva una gerarchia dei fini. La strategia della BCE riconosce eterogeneità, shock d’offerta e possibili danni persistenti alla capacità produttiva, ma conserva una gerarchia nella quale gli altri obiettivi sono perseguiti senza pregiudizio per la stabilità dei prezzi.[12] Famiglie, imprese e territori possono entrare nell’analisi attraverso un numero crescente di variabili e rimanere subordinati nella decisione. Il danno viene descritto senza che chi lo subisce acquisti per questo il potere di revocare il criterio che lo rende accettabile. Il problema attraversa il sapere fin dalla costruzione delle categorie: quali bisogni diventano domanda, quali perdite diventano rischio, quali continuità diventano sistema. La sofisticazione può rendere più minuziosa la descrizione del sacrificio lasciando intatto il diritto di imporlo. È così che la liturgia si dota di modelli sempre più articolati senza rinunciare al privilegio di decidere che cosa debba contare come guarigione.

Il tocco del re trasformava la posizione del sovrano in una virtù capace di guarire. La cifra taumaturgica consente un movimento ulteriore: il sacrificio sostenuto per raggiungerla diventa testimonianza della sua necessità. Se l’impresa chiude, il lavoratore perde il reddito e la famiglia rinuncia alle cure, il racconto può accogliere ciascuna perdita come prova della gravità della malattia e del rigore con cui è stata combattuta. Il risultato che migliora appartiene all’istituzione; la vita che peggiora deve trovare un difetto proprio o attendere il lungo periodo. Questa distribuzione dell’onere della prova protegge il rito molto più di qualsiasi infallibilità, perché consente all’autorità di sopravvivere anche al danno che ha contribuito a produrre. Bloch serve a riconoscere il dispositivo nel quale l’esperienza del malato viene interpretata prima che possa giudicare la virtù del tocco.

Togliere il camice al numero significa revocargli il potere di trasformare una priorità in una necessità naturale e la sua esecuzione in un’assoluzione. La domanda «dove sono i guariti?» riguarda chi abbia potuto continuare a mangiare, abitare, curarsi, lavorare e studiare, ma deve seguire anche i beni cambiati di mano, i redditi futuri ceduti e il potere che la crisi ha trasferito. Chi compra durante la svendita può raccogliere il beneficio della ripresa, mentre chi ha venduto ne rimane escluso: la media può tornare e la perdita continuare a produrre rendita per qualcun altro. Una stabilità costruita attraverso questo trasferimento deve essere chiamata con il nome delle posizioni che protegge. Il diritto di discutere la cura deve comprendere il diritto di rifiutare la gerarchia che ne ha reso accettabile il prezzo.

Il due per cento non può pronunciare il giudizio al nostro posto. Se von der Leyen, Lagarde, la Commissione, la BCE e i governi europei ritengono necessario imporre un sacrificio per raggiungerlo, devono presentarsi davanti alle vite coinvolte con il nome del fine perseguito, dei beneficiari, delle alternative escluse e di chi ha deciso che il prezzo fosse accettabile. Solo allora la cifra tornerà a essere ciò che avrebbe dovuto restare: uno strumento discutibile della decisione, non il sovrano che la assolve.

Note

[1] Marc Bloch, Les Rois thaumaturges, 1924. Il confronto riguarda il rapporto fra credenza, istituzione e legittimità, e l’asimmetria nell’attribuzione del successo e del fallimento del rito. L’applicazione di questa prospettiva alla comunicazione monetaria e alla definizione del benessere collettivo è sviluppata dall’autore del saggio.

[2] Bob Woodward, Maestro: Greenspan’s Fed and the American Boom, Simon & Schuster, 2000. Il titolo è richiamato come espressione della rappresentazione pubblica dell’autorità monetaria.

[3] BCE, discorso di Mario Draghi del 26 luglio 2012 e caratteristiche tecniche dell’OMT, 6 settembre 2012. Draghi riferiva l’impegno al mandato della BCE. L’OMT prevedeva acquisti condizionati sul mercato secondario, senza un tetto quantitativo preventivo; non fu mai attivato. La BCE aveva già acquistato titoli sovrani attraverso l’SMP. Il divieto giuridico di finanziamento diretto non fu abolito: il “dogma” discusso nel testo è la sua estensione politica alla necessità di lasciare gli Stati sottoposti alla disciplina dei mercati. La compatibilità dell’OMT con i trattati fu riconosciuta dalla Corte di giustizia nel 2015, nella causa Gauweiler, subordinatamente alle garanzie esaminate nella sentenza.

[4] La sterilizzazione prevista dall’OMT riguardava il riassorbimento delle riserve immesse attraverso gli acquisti. Tale operazione non avrebbe annullato gli acquisti stessi, il rischio assunto dalla banca centrale o l’effetto della sua presenza sul mercato. Nel precedente SMP, i depositi a una settimana raccolti per riassorbire riserve erano inoltre utilizzabili come garanzia per ottenere finanziamento dall’Eurosistema: si vedano le comunicazioni operative e la decisione del 16 dicembre 2010. Il carattere prevalentemente formale attribuito alla clausola riguarda la sua capacità di preservare la rappresentazione della disciplina mentre cambiava la portata dell’intervento.

[5] Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, articolo 126, e Protocollo n. 12 sulla procedura per i disavanzi eccessivi, articolo 1. Il Protocollo fissa i valori di riferimento del 3% per il rapporto fra disavanzo pubblico e PIL e del 60% per il rapporto fra debito pubblico e PIL. Questi valori appartengono al quadro giuridico della sorveglianza fiscale.

[6] Eurostat, Harmonised Index of Consumer Prices — metadata, sezioni dedicate a copertura, popolazione statistica e pesi. L’ambito è la spesa monetaria per consumi finali delle famiglie nel territorio economico; alimentari ed energia sono inclusi. I pesi seguono la composizione della spesa aggregata. L’indice misura variazioni dei prezzi; rinunce e sostituzioni negli acquisti non diventano automaticamente ribassi dei prezzi rilevati. La distinzione fra transazione osservata e bisogno insoddisfatto riguarda lo scopo e l’uso politico della misura.

[7] ORF, Arbeiterkammer: Lebensmittel seit 2021 um die Hälfte teurer, 7 gennaio 2025: confronto settembre 2021–dicembre 2024, circa +53%, da circa 51 a quasi 78 euro, e rincari delle categorie citate. Arbeiterkammer, Billigste Lebensmittel trotz Preisrückgang noch teuer!, 25 marzo 2026: monitoraggio di quaranta prodotti alimentari e per la pulizia, referenze più economiche, prezzi unitari, sette catene — Billa, Billa Plus, Spar, Interspar, Hofer, Lidl, Penny — e tre filiali viennesi per catena; circa −5,5% sull’anno e +49% dal settembre 2021, con il caffè in grani a +151%. Gli importi sono arrotondati. Il paniere ha un perimetro territoriale e merceologico specifico; la discussione sulla capacità di sostituire ulteriormente al ribasso non lo assume come bilancio completo di ogni famiglia a basso reddito.

[8] Eurostat, IPCA, dati annuali dell’area euro, serie prc_hicp_aind: tassi medi annui 2021, 2,6%; 2022, 8,4%; 2023, 5,4%; 2024, 2,4%; 2025, 2,1%. Componendo i cinque tassi si ottiene una variazione del livello medio dei prezzi fra il 2020 e il 2025 di circa +22,6%, arrotondata al 23% nel testo. Calcolo dell’autore su tassi ufficiali a loro volta arrotondati. La media annua vicina al 2% non certifica da sola il conseguimento durevole dell’obiettivo di medio periodo.

[9] Calcolo dell’autore: (78/51)^(1/3,25) − 1, circa il 14% medio annuo composto fra settembre 2021 e dicembre 2024. Gli importi arrotondati rendono il risultato un ordine di grandezza, non un tasso osservato identico in ogni anno. Il confronto accosta il ritmo di quel paniere viennese e il bersaglio riferito all’aggregato dell’area euro, con coperture e funzioni differenti.

[10] BCE, The ECB’s inflation target; The ECB’s price stability framework: past experience, and current and future challenges; strategia monetaria 2025. Per il mandato, articolo 127 TFUE. Le fonti ricostruiscono le definizioni del 1998 e del 2003, l’obiettivo simmetrico del 2021 e la conferma del 2025. Il valore numerico del 2% deriva dalle decisioni strategiche.

[11] Reserve Bank of New Zealand, Implementing price stability in the twentieth century. L’accordo del marzo 1990 fissò un intervallo fra zero e 2% da raggiungere entro il 1992. La lettura del bersaglio come forma di responsabilità e di consolidamento istituzionale del fine è sviluppata nel saggio.

[12] BCE, An overview of the ECB’s monetary policy strategy — 2025, sezioni sul bersaglio e sulla strategia di medio periodo. Il documento motiva il margine positivo rispetto al rischio di deflazione, al limite inferiore dei tassi nominali e alle distorsioni di misurazione; comprende più strumenti e valutazioni di proporzionalità, eterogeneità ed effetti persistenti. La circolarità discussa nel saggio riguarda la promozione di un’esigenza operativa dell’apparato a giustificazione della priorità sociale del suo obiettivo.

[13] BCE, Independence; articoli 123, 127 e 130 TFUE. L’articolo 123 vieta determinate forme di finanziamento monetario diretto delle amministrazioni; l’articolo 130 tutela l’indipendenza. La natura istituita di queste disposizioni è compatibile con la loro efficacia giuridica.

[14] Consiglio dell’Unione europea, A recovery plan for Europe, per Next Generation EU e l’indebitamento della Commissione per conto dell’Unione; BCE, Pandemic emergency purchase programme, avviato nel marzo 2020. La clausola generale di salvaguardia delle regole fiscali e questi programmi ampliarono possibilità d’intervento attraverso strumenti giuridicamente distinti. Il confronto con il 2012 riguarda la modificabilità delle risposte istituzionali, non l’identità delle crisi.

[15] Thorstein Veblen, recensione di The Economic Consequences of the Peace, Political Science Quarterly, 35(3), settembre 1920, pp. 467–472, soprattutto pp. 471–472. Veblen indica ripudio dei debiti interni di guerra e confisca della ricchezza proprietaria a beneficio di chi aveva subito l’aggressione tedesca. La solidarietà dei vincitori con i proprietari tedeschi è esplicita nella recensione. Il passaggio distingue tali debiti dalle riparazioni fra Stati e discute chi avrebbe sostenuto l’indennizzo.

[16] Deutscher Bundestag, The Empire (1871–1918). Il Reichstag era eletto a suffragio maschile e approvava leggi e bilancio; il cancelliere era nominato dall’imperatore. La ricostruzione descrive il crescente dominio del comando militare durante la guerra e la trasformazione costituzionale dell’ottobre 1918.

[17] Alexander N. Sack, Les effets des transformations des États sur leurs dettes publiques et autres obligations financières, Recueil Sirey, Parigi, 1927. Per una ricostruzione della dottrina, delle condizioni relative all’interesse della popolazione e alla conoscenza dei creditori, e dei contesti di applicazione: Robert Howse, The concept of odious debt in public international law, UNCTAD Discussion Paper 185, 2007, in particolare pp. 2–4. Lo studio è firmato dall’autore; la dottrina va distinta da una regola automatica di cancellazione applicabile a ogni mutamento di governo o successione dello Stato.

[18] Milton Friedman, Inflation: Causes and Consequences, prima lezione, Council for Economic Education, Bombay, febbraio 1963 (archivio Hoover). La formula «Inflation is always and everywhere a monetary phenomenon» compare fra le proposizioni conclusive. La discussione nel saggio riguarda il suo impiego come spiegazione autosufficiente, distinto dalla ricostruzione dell’intera teoria di Friedman e delle sue qualificazioni temporali.

[19] Phillip Cagan, The Monetary Dynamics of Hyperinflation, in Milton Friedman (a cura di), Studies in the Quantity Theory of Money, University of Chicago Press, 1956, pp. 25–117. I sette episodi riguardano Austria, Russia, Germania, Polonia e Ungheria nei primi anni Venti, Grecia nel 1943–1944 e Ungheria nel 1945–1946. Si veda anche Stanley Fischer, Ratna Sahay e Carlos Végh, Modern Hyper- and High Inflations, NBER Working Paper 8930, 2002. La teoria di Friedman non viene genealogicamente dedotta soltanto da questi episodi; il problema discusso è la trasferibilità delle relazioni fra contesti storici e istituzionali.

[20] Gregori Galofré-Vilà, Christopher M. Meissner, Martin McKee e David Stuckler, Austerity and the Rise of the Nazi Party, NBER Working Paper 24106, 2017, revisione 2018, per l’associazione fra austerità e consenso nazista nel 1930–1932. Per il 37,3% del luglio 1932: Deutsches Historisches Museum, risultati delle elezioni del 31 luglio 1932, da Statistisches Jahrbuch für das Deutsche Reich, 1933, p. 539. Per la nomina di Hitler del 30 gennaio 1933 e il quadro istituzionale: Bundestag, The Weimar Republic.

[21] BIS, The story of the BIS: foundation and crisis, 1930–1939. La fondazione è collegata alla Conferenza dell’Aia e al Piano Young; la banca assunse funzioni di agente per le riparazioni e di agente e fiduciario dei prestiti Dawes e Young. La ricostruzione considera la conclusione del sistema delle riparazioni con l’accordo di Losanna del luglio 1932.

[22] BIS, storia istituzionale, sezioni The BIS during the Second World War e The BIS as a forum for European monetary cooperation, 1947–93. Nel 1944 Bretton Woods adottò una risoluzione favorevole alla liquidazione, abbandonata nel 1948. La fonte documenta i ruoli nell’Unione europea dei pagamenti, nel Comitato dei governatori, nel Fondo europeo di cooperazione monetaria, nel Sistema monetario europeo e nei lavori del Comitato Delors.

[23] BIS, Statutes, articolo 3 per gli scopi e articolo 21 per le operazioni escluse; Banking services for central banks. Per la cessazione della partecipazione privata nel 2001, si veda anche la storia istituzionale richiamata in [22]. La lettura della traiettoria e della specializzazione dell’istituzione richiede di distinguere i creditori e le decisioni, senza attribuire a ogni fase un mandato politico identico.

[24] John Maynard Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, 1936, capitolo 24, Concluding Notes on the Social Philosophy towards which the General Theory might lead. L’«eutanasia del rentier» riguarda il progressivo venir meno della rendita legata alla scarsità del capitale. L’«eutanasia del debitore» è il rovesciamento polemico sviluppato dall’autore del saggio, non un’espressione di Keynes.

[25] Kevin L. Young, Transnational regulatory capture? An empirical examination of the transnational lobbying of the Basel Committee on Banking Supervision, Review of International Political Economy, 19(4), 2012, pp. 663–688. L’analisi riguarda la costruzione di Basilea II e un’influenza contingente secondo fasi e questioni. La discussione delle risorse necessarie a rendere un punto di vista pertinente alla consultazione sviluppa il problema dell’accesso alla norma.

[26] Basel Committee on Banking Supervision, Charter e History. Il Comitato è privo di autorità sovranazionale formale e i suoi standard non hanno direttamente forza legale; i membri si impegnano nell’attuazione domestica e nelle verifiche di conformità. La storia collega la creazione nel 1974 alle turbolenze bancarie e al fallimento di Herstatt. Il Comitato decide per consenso; il suo segretariato è ospitato dalla BIS.

[27] Basel Committee on Banking Supervision, Basel III: Finalising post-crisis reforms, dicembre 2017, e High-level summary of Basel III reforms. I minimi del 4,5% e dell’8% riguardano rispettivamente capitale primario di classe 1 e capitale totale sulle attività ponderate, prima delle riserve e maggiorazioni. Il 72,5% è il valore finale dell’output floor, applicato al totale delle attività ponderate e introdotto mediante una fase transitoria. «Basilea IV» è una denominazione corrente nell’industria, non il titolo ufficiale del pacchetto. Basilea II ampliò il ruolo dei rating e dei modelli interni; Basilea III intervenne su quantità e qualità del capitale, leva, liquidità e rischio di controparte. Il limite ai vantaggi dei modelli riguarda il totale delle attività ponderate, non una soglia applicata separatamente a ciascun prestito.

[28] Financial Stability Board, Evaluation of the Effects of the G20 Financial Regulatory Reforms on Securitisation: Final report, 22 gennaio 2025. Il rapporto ricostruisce incentivi disallineati, leva e disallineamenti delle scadenze prima della crisi. Trova una maggiore resilienza dopo le riforme e nessuna prova forte di effetti negativi materiali sul finanziamento; segnala il limite dell’esperienza di un intero ciclo del credito, in particolare per i CLO, titoli garantiti da portafogli di prestiti. Nella cartolarizzazione le tranche distribuiscono diritti differenti sui flussi e sulle perdite; il finanziamento a breve di attività lunghe espone al mancato rinnovo dei fondi. Il credit default swap (CDS) è un contratto di protezione rispetto a eventi di credito: assumerlo senza detenere l’esposizione sottostante permette anche di costruire una posizione che beneficia del deterioramento del debitore. La protezione dipende dall’adempimento della controparte.

[29] Basel Committee on Banking Supervision, Revisions to the securitisation framework, 11 dicembre 2014, e storia delle risposte alla crisi del 2007–2009. Le riforme affrontano cartolarizzazioni, veicoli fuori bilancio, portafoglio di negoziazione, rischio di controparte e leva. Il giudizio sull’utilità sociale delle attività autorizzate è distinto dalla valutazione della resilienza prudenziale. Comprendono inoltre la riduzione dell’affidamento meccanico ai rating e requisiti sulla liquidità.

[30] Basel Committee on Banking Supervision, Basel III: A global regulatory framework for more resilient banks and banking systems. Il capitale primario di classe 1 assorbe perdite in continuità aziendale. I requisiti effettivi comprendono minimi, riserve, maggiorazioni e determinazioni di vigilanza. La distinzione fra capitale e liquidità riguarda la funzione delle risorse nel bilancio. Nell’esempio semplificato: attività per cento, debiti per novantacinque e patrimonio per cinque; una perdita di tre sulle attività riduce il patrimonio a due. Il margine assorbe la perdita, ma non garantisce da solo la disponibilità immediata dei mezzi di pagamento.

[31] Basel Committee on Banking Supervision, Liquidity Coverage Ratio, gennaio 2013, e Net Stable Funding Ratio, ottobre 2014. Il LCR utilizza uno scenario di stress di trenta giorni; il NSFR confronta finanziamento stabile disponibile e richiesto su un orizzonte annuale. Il primo rapporto confronta attività liquide di elevata qualità e deflussi netti previsti; il secondo lega la stabilità delle fonti alle caratteristiche degli impieghi.

[32] Regolamento (UE) 2024/1623, CRR III; European Banking Authority, Recommendations for reducing supervisory reporting costs, 7 giugno 2021; Financial Stability Institute, Simple, resilient and proportional: revisiting regulation for small banks, FSI Insights 78, 3 settembre 2026. Quest’ultimo studio, su sei giurisdizioni, esprime le opinioni dei suoi autori, non necessariamente quelle della BIS o degli organismi di Basilea. Le fonti documentano proporzionalità, costi delle segnalazioni e ruolo delle piccole banche. Le raccomandazioni EBA del 2021 erano venticinque; il confronto FSI del 2026 riguarda sei giurisdizioni.

[33] Judit Montoriol-Garriga, Bank mergers and lending relationships, ECB Working Paper 934, settembre 2008. Campione di imprese spagnole, 1996–2005. Lo studio permette di distinguere interruzione o mancata apertura delle relazioni e condizioni dei rapporti sopravvissuti. Non identifica l’effetto delle riforme successive al 2008.

[34] Financial Stability Board, Evaluation of the effects of financial regulatory reforms on SME financing: final report, 29 novembre 2019. La valutazione non rileva in generale effetti negativi materiali e persistenti; documenta eterogeneità e irrigidimenti temporanei nelle banche inizialmente meno capitalizzate. Il perimetro riguarda soprattutto i requisiti iniziali concordati nel 2010, non l’intero successivo completamento delle riforme.

[35] Jörg Rocholl e Axel Stahmer, Where did the Greek bailout money go?, ESMT White Paper WP-16-02, 2016, in particolare p. 4 e pp. 14–18. Sui 215,9 miliardi dei primi due programmi: 139,2 per rimborso del debito e interessi, 37,3 per ricapitalizzazioni, 29,7 come incentivi al Private Sector Involvement, 9,7 direttamente al bilancio greco. Lo studio discute le perdite nominali del PSI e il trasferimento del rischio fra creditori privati e pubblici. Le voci contabili non costituiscono da sole una misura dell’incidenza ultima dei benefici. Il terzo programma, del 2015, è esterno a questo totale.

[36] Eurostat, PIL greco in volumi concatenati, valori trimestrali non destagionalizzati riprodotti nella serie FRED CLVMNACNSAB1GQEL, consultata il 13 settembre 2026. Nella serie con anno di riferimento 2010, la somma dei trimestri è circa 247,3 miliardi nel 2008 e 180,5 nel 2013: variazione prossima a −27%. Per la disoccupazione: Eurostat, serie annuale une_rt_a, Grecia, fasce 15–74 anni e 15–24 anni, medie del 2013; valori arrotondati nel corpo. Le variazioni coprono crisi e gestione della crisi e non isolano l’effetto di una singola misura.

[37] Eurogruppo, Statement on the ESM programme for Greece, 14 agosto 2015, passaggi sul programma di privatizzazioni e sul fondo greco sotto supervisione europea. Il documento prevede gestione e trasferimento di beni, anche mediante partecipazioni minoritarie, e chiede di evitare svendite. La fonte documenta obiettivi e condizioni del programma; il prezzo e il risultato di ogni singola operazione richiedono una valutazione specifica. La distinzione fra incasso immediato, flussi futuri e potere di decisione costituisce il criterio proposto nel saggio. Una concessione trasferisce diritti economici e responsabilità per un periodo determinato; una cessione di quote modifica il controllo secondo partecipazione e accordi; una vendita può interrompere definitivamente il rapporto proprietario con il bene. Queste forme non sono equivalenti e richiedono di seguire i diritti effettivamente trasferiti.

[38] Single Resolution Board, Bail-in: part of the SRM’s toolkit, 2024, e Resolution tools. Il bail-in svaluta o converte capitale e passività ammissibili per assorbire perdite e ricapitalizzare, secondo la gerarchia applicabile; i depositi coperti sono esclusi. MREL è il requisito minimo di fondi propri e passività ammissibili alla svalutazione o conversione. Si tratta del quadro europeo della risoluzione, distinto dagli standard patrimoniali di Basilea.

[39] Michael McLeay, Amar Radia e Ryland Thomas, Bank of England, Money creation in the modern economy, Quarterly Bulletin 2014 Q1, pp. 14–27, in particolare pp. 15–20 e 24–25. Prestiti e acquisti di attività possono creare depositi; redditività, rischio, regolazione, clienti e politica monetaria incidono sulle decisioni. La fonte distingue depositi e riserve e respinge il moltiplicatore meccanico. Nel contributo della Bank of England, il 97% riguarda la quota dei depositi nella moneta detenuta dal pubblico nel Regno Unito a dicembre 2013; le riserve bancarie sono esterne a quell’aggregato. L’influenza della politica monetaria e la prevedibilità quantitativa dei suoi effetti sono questioni distinte. Quando la banca centrale acquista titoli da un soggetto non bancario, possono crescere sia le riserve della banca del venditore sia il suo deposito. Raccogliere successivamente riserve in un deposito vincolato modifica la disponibilità immediata della banca, lasciando distinto il deposito del pubblico; il riassorbimento non riporta indietro il prezzo del titolo, il rischio assunto e la composizione dei portafogli.

[40] Eurostat, IPCA, dati annuali dell’area euro, serie prc_hicp_aind: 2013, 1,4%; 2014, 0,4%; 2015, 0,2%; 2016, 0,2%; 2017, 1,5%; 2018, 1,8%; 2019, 1,2%; 2020, 0,3%; 2021, 2,6%. Il bilancio consolidato dell’Eurosistema passò da 2.208 miliardi a fine 2014 (bilancio 2014) a 8.564 miliardi a fine 2021, dei quali 4.713 in titoli detenuti a fini di politica monetaria (commento al bilancio 2022). I due intervalli sono distinti; il bilancio comprende anche operazioni di rifinanziamento.

[41] BCE, Annual Report 2022: inflazione media dell’area euro all’8,4%; la componente energetica spiega direttamente quasi metà dell’aumento dell’inflazione complessiva nel corso del 2022. La quota riguarda l’aumento dell’inflazione, non metà del livello dei prezzi. Per il meccanismo di correzione del gas: regolamento (UE) 2022/2578, 22 dicembre 2022, in particolare i considerando 1–5. Il provvedimento discute forniture, timori di scarsità e funzionamento dei mercati; la sua adozione non costituisce una stima della componente speculativa finanziaria.

[42] Isabella M. Weber ed Evan Wasner, Sellers’ inflation, profits and conflict: why can large firms hike prices in an emergency?, Review of Keynesian Economics, 11(2), 2023, pp. 183–213. Gli autori propongono una spiegazione che collega impulso nei settori a monte, propagazione attraverso il potere sui prezzi e conflitto distributivo. La spiegazione non equivale a una decomposizione quantitativa dell’intero IPCA né a una misura autonoma della paura.

[43] Oscar Arce, Elke Hahn e Gerrit Koester, How tit-for-tat inflation can make everyone poorer, ECB Blog, 30 marzo 2023. I profitti unitari contribuirono per circa due terzi all’aumento del deflatore del PIL nel 2022, contro circa un terzo nella media 1999–2022; nel quarto trimestre crescevano del 9,4%. Si tratta di una decomposizione contabile delle pressioni interne sui prezzi, distinta dall’IPCA e dall’identificazione causale di aumenti dei margini di ricarico.

[44] Marvin J. Barth III e Valerie A. Ramey, The Cost Channel of Monetary Transmission, NBER Macroeconomics Annual, 16, 2001, pp. 199–240. Lo studio esamina il finanziamento dei costi e risposte settoriali a contrazioni monetarie. Il canale descritto non stabilisce da solo la direzione dell’effetto complessivo sui prezzi e non fornisce una stima specifica della sua prevalenza nell’area euro nel 2022–2023.

[45] BCE, Vigilanza bancaria, Supervisory banking statistics, quarto trimestre 2023: crescita annua del margine di interesse degli enti significativi del 20%. Robert N. McCauley e Julien Pinter, Unremunerated reserves in the Eurosystem, part 1, VoxEU, 15 gennaio 2024: circa 3.600 miliardi di riserve in eccesso e tasso sui depositi del 4%, in vigore dal settembre 2023. Il prodotto 3.600 × 0,04 = 144 miliardi è un flusso ipotetico annualizzato a condizioni costanti, non la spesa effettiva del 2023 né l’utile netto delle banche.

[46] BCE, Economic Bulletin, 5/2022, e Annual Report 2023; OCSE, Employment Outlook 2023. Le analisi distinguono shock energetico, perdita delle ragioni di scambio e successivo recupero delle retribuzioni; l’OCSE rileva la diffusa caduta dei salari reali e pochi segnali di una spirale salari-prezzi. L’origine e le eventuali retroazioni richiedono di essere ricostruite nella sequenza concreta.

[47] BCE, decisione di politica monetaria del 21 luglio 2022, primo rialzo del ciclo; Eurostat, IPCA, variazioni annue mensili dell’area euro, serie prc_hicp_manr: 8,9% a luglio 2022, 10,6% a ottobre 2022, 6,9% a marzo 2023, 2,9% a ottobre 2023. La cronologia e il rientro energetico non identificano da soli il contributo causale della stretta. Per i canali e i tempi della trasmissione si veda [48].

[48] BCE, Transmission mechanism of monetary policy. La descrizione comprende tassi di mercato, aspettative, prezzi delle attività, cambio, credito, domanda e offerta. I ritardi sono lunghi, variabili e incerti: non identificano un intervallo iniziale nel quale ogni effetto debba essere nullo. Il problema della trasformazione del sistema durante la trasmissione è sviluppato nel testo.

[49] Irving Fisher, The Debt-Deflation Theory of Great Depressions, «Econometrica», 1(4), 1933, pp. 337–357, per la sequenza: liquidazione dei debiti, vendite forzate, contrazione dei depositi, caduta dei prezzi e aggravamento delle difficoltà. Nel saggio la dinamica è condizionata; vengono distinti disinflazione, deflazione generale e deprezzamento delle attività utilizzate come garanzie.

[50] Nomofisi è un neologismo coniato da me e sviluppato in Metaxù, il mio libro attualmente fase di preparazione per la stampa. Questa termine vuole designare il processo nel quale il nómos — la regola o relazione istituita — ritorna come phýsis, natura: l’ordinamento si presenta come proprietà necessaria degli oggetti che ha contribuito a formare. Nel percorso qui discusso, l’isteresi riguarda la persistenza della storia negli assetti e nei loro effetti; l’amnesia ne sottrae la genesi alla spiegazione; la nomofisi trasforma quegli effetti in una necessità apparentemente naturale. Il passaggio non è automatico: si può dimenticare l’origine di una convenzione continuando a riconoscerla come convenzione. Il processo coinvolge anche la produzione degli esiti osservati: soggetti e ambienti si adattano alla norma, che genera così comportamenti e dati coerenti con sé. La proprietà rilevata può essere reale dentro quella configurazione; ciò che scompare è la relazione dalla quale emerge.