Dal 23 al 25 settembre, tra Tiriolo e Simeri Crichi, si è tenuto in Calabria un confronto internazionale sul futuro del lavoro, dell’impresa e dello sviluppo nell’era dell’intelligenza artificiale. Il Words of Hope Forum, promosso da Entopan in collaborazione con Harmonic Innovation Group e con il patrocinio del Centro di Alta Formazione Laudato Si’, ha riunito esperienze e responsabilità provenienti da Europa, America e Africa, ponendo il Mediterraneo al centro di una riflessione sulle forme che vogliamo dare all’innovazione.
La rilevanza dell’incontro emerge dalla qualità, rilevanza e pluralità degli interlocutori e dei livelli di responsabilità coinvolti: i contributi del vicepresidente del Consiglio e di diversi ministri, il mondo industriale e finanziario, la ricerca accademica, le istituzioni internazionali, la cooperazione e le realtà ecclesiali. Un programma nel quale hanno trovato spazio le riflessioni di Paolo Benanti, Leonardo Becchetti ed Enrico Giovannini, il contributo dell’UNDP e le voci dei cardinali Fabio Baggio e Matteo Maria Zuppi, insieme alle esperienze di chi costruisce quotidianamente imprese, reti sociali e percorsi di sviluppo nei territori.
A questa ampiezza, cosa niente affatto banale, corrispondeva la profondità delle questioni affrontate e l’importanza delle istanze rappresentate. A chi appartiene il valore generato dall’intelligenza artificiale? Chi può decidere come distribuirne i benefici? Quali possibilità di vita si aprono attraverso il tempo liberato dall’automazione? E attraverso quali istituzioni possiamo rendere effettiva la partecipazione delle persone e delle comunità alle scelte che ne trasformano l’esistenza?
Sono domande che impegnano insieme la politica, l’economia, la tecnica e la nostra comprensione dell’umano. Il percorso avviato in Calabria proseguirà nella primavera del 2027 a San Francisco e successivamente a Castel Gandolfo, con l’intenzione di trasformare il confronto in una comunità stabile e fattiva.
È in questo orizzonte che, il 24 settembre, all’Harmonic Innovation Hub “Pitagora”, ho avuto il piacere e l’onore di portare il mio umile contributo alla sessione «Voci in dialogo».
Nella sua intervista al Sole 24 Ore, Francesco Cicione ha espresso uno dei nodi che hanno attraversato il confronto: «il valore è collettivo nella genesi e privato nell’appropriazione». È su questa frattura che si innesta la riflessione che ho portato al forum. Se la conoscenza nasce nelle relazioni, nel lavoro e nella vita delle comunità, occorre interrogarsi sulle istituzioni attraverso cui queste possono partecipare al governo del sapere che producono.
Pubblico qui la versione estesa dell’intervento, dedicato alla mutualità cognitiva: alla possibilità, attraverso le cooperative di dati e infrastrutture governabili dalle comunità, di partecipare alle decisioni sul sapere che contribuiamo a produrre.
A Francesco Cicione, Gennaro Di Cello, Entopan e a tutte le persone che hanno reso possibile questo incontro va il mio ringraziamento, insieme al desiderio di continuare a contribuire al cammino avviato.
Di seguito il testo integrale del mio intervento:
Wittgenstein scriveva nel Tractatus: «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». Da questa proposizione vorrei partire per interrogare il perimetro del pensabile: le parole e le categorie attraverso cui comprendiamo il mondo, alcune delle quali sono così profondamente radicate che abbiamo smesso di interrogarle.
Quando sento dire che i dati sono il nuovo petrolio, provo un certo fastidio, che riguarda tanto l’improprietà della metafora quanto la disinvoltura con cui viene ripetuta, quasi che il suo successo ci avesse ormai dispensati dall’interrogarla. Accade qualcosa di simile alle citazioni che, separate dal contesto in cui hanno preso forma, continuano a circolare rivestite dell’autorità del loro autore, mentre il significato che attribuiamo loro è diventato tutt’altro.
La ripetizione contribuisce a rendere irriconoscibile questo scarto: ciò che abbiamo sentito dire innumerevoli volte acquista la consistenza di un’evidenza, fino a far apparire singolare che qualcuno senta ancora il bisogno di discuterlo. È in questo passaggio che certe formule diventano prima nomos e poi vengono scambiate per physis: una rappresentazione storicamente determinata si deposita nel linguaggio comune e finisce per essere assunta come una proprietà delle cose.
Il problema è che una metafora può racchiudere un’intera Weltanschauung, orientando il modo in cui comprendiamo un fenomeno e, attraverso quella comprensione, le scelte che ci sembrano ragionevoli. Definire i dati «il nuovo petrolio» porta dunque con sé una concezione del loro valore, della loro proprietà e degli usi a cui destinarli: un programma politico può affermarsi anche nella forma apparentemente innocua di una figura retorica.
Il petrolio si estrae, si possiede, si brucia: quello che consumo io non è più disponibile per un altro. Il dato non si consuma nell’uso e, messo in relazione con altri dati, può produrre conoscenza che prima non esisteva. Io non ho mai visto due barili che, accostati, ne facciano nascere un terzo. Chiamare petrolio il dato fa apparire naturale la chiusura di ciò che dovrebbe essere aperto per natura poiché acquista valore attraverso la relazione.
È quanto accade quando il sapere prodotto dal lavoro di molti viene raccolto e organizzato in infrastrutture proprietarie, per essere poi rivenduto a chi ha contribuito a generarlo. Questo moto viene spesso definito ricommodificazione: un termine orribile che descrive qualcosa di ancora più spaventoso del nome scelto a designarlo. In tal modo ciò che abbiamo costruito insieme ci ritorna come servizio, alle condizioni di chi ne controlla l’elaborazione. E attraverso quelle condizioni viene orientato anche il modo in cui questo sapere potrà essere interrogato, trasformato e utilizzato.
La posta in gioco raggiunge così il perimetro del pensabile da cui siamo partiti. L’intelligenza artificiale viene spesso definita un esoscheletro cognitivo, un’immagine con cui si celebra la possibilità di amplificare le nostre capacità e di compiere operazioni che, da soli, non riusciremmo a svolgere. Di un esoscheletro si considera così la forza che aggiunge, lasciando in ombra i vincoli che introduce: la struttura che sostiene il movimento facilita alcuni gesti e ne impedisce altri. Nell’AI questi vincoli riguardano anche le categorie attraverso cui interpretiamo un problema, i criteri con cui vengono selezionate le risposte e gli scopi rispetto ai quali le soluzioni vengono valutate. L’amplificazione e il vincolo sono inseparabili, perché provengono dalle stesse scelte progettuali.
Oggi queste scelte vengono in larga parte compiute altrove, da chi progetta, finanzia e governa i sistemi. La loro persistenza nel funzionamento dello strumento è una forma di isteresi: decisioni passate continuano a orientare le possibilità presenti, anche quando chi usa l’AI non ne conosce l’origine. Il potere di chi le assume cresce anche nello spazio che lasciamo, ogni volta che alimentiamo una conoscenza senza partecipare al governo delle categorie che la ordinano e degli scopi a cui viene destinata. È questa l’asimmetria epistemica: noi forniamo le parole; altri scrivono la grammatica.
La domanda diventa allora chi abbia il potere di discutere e modificare queste scelte, e attraverso quali istituzioni una comunità possa partecipare al governo degli strumenti che usa per conoscere e decidere.
Elinor Ostrom ha dedicato il suo lavoro alle comunità capaci di governare risorse comuni, dai pascoli alle zone di pesca ai sistemi irrigui, mostrando come sia possibile costruire regole condivise, controllarne il rispetto e correggerle senza essere costretti a scegliere soltanto tra privatizzazione e gestione statale. Nel 2009 è stata la prima donna a ricevere il Nobel per l’economia; insieme a Charlotte Hess ha inoltre studiato la conoscenza come bene comune, un ambito nel quale la condivisione non esaurisce la risorsa, mentre la sua disponibilità richiede cura, lavoro e istituzioni capaci di custodirla e alimentarla.
Il 15 maggio 2026, centotrentacinque anni dopo la Rerum Novarum, Leone XIV ha firmato la Magnifica Humanitas, includendo nella destinazione universale dei beni anche brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche e dati. Possiamo leggere in questo passaggio l’emergere di una questione che affianca quella del lavoro industriale: l’industrializzazione del sapere e le condizioni della partecipazione ai suoi benefici.
Un principio, tuttavia, ha bisogno di istituzioni che lo esercitino. Ostrom ci offre un metodo, l’enciclica ci indica un fine, mentre l’Unione europea, con il Data Governance Act, ci dà finalmente un quadro giuridico e un modello di riferimento a cui ricondurre questa istanza. Il regolamento, applicabile dal settembre 2023, riconosce espressamente i servizi delle cooperative di dati tra quelli di intermediazione; in Italia, il decreto legislativo 144 del 2024 ha individuato nell’AgID l’autorità competente per la notifica dei fornitori di questi servizi.
Le cooperative di dati possono dare forma a quelle che chiamerei “Comunità di conoscenza”. Il parallelo con le comunità energetiche aiuta a comprenderne il senso: cittadini, imprese e istituzioni locali si organizzano per condividere l’energia prodotta e farne ricadere i benefici sulla comunità, partecipando alle decisioni sulle attività comuni. Una comunità di conoscenza può fare qualcosa di analogo con il sapere che nasce dalle attività dei suoi membri, decidendo che cosa mettere in comune, a quali condizioni renderlo utilizzabile e come distribuire il valore che ne deriva. Qui la condivisione può inoltre accrescere la risorsa stessa, perché conoscenze ed esperienze, entrando in relazione, aprono possibilità che ciascuna isolatamente non avrebbe prodotto.
Le comunità di conoscenza possono trovare riferimenti in esperienze già avviate in diversi paesi europei. Nei Paesi Bassi, JoinData nasce nel 2017 per dare agli agricoltori controllo sulla condivisione dei dati delle loro aziende; in Svizzera, MIDATA e, in Spagna, Salus.coop permettono ai cittadini di contribuire alla ricerca decidendo gli usi dei propri dati. In questi casi la cooperazione organizza un rapporto tra chi rende disponibili le informazioni e chi può utilizzarle, rendendo le condizioni della condivisione parte del progetto comune.
Il quadro francese comprende myCo, una società cooperativa che mette a disposizione strumenti per custodire i dati personali e governarne il consenso alla condivisione. Accanto a questa esperienza, il Climate Data Hub del Centre-Val de Loire riunisce soggetti pubblici e privati intorno ai dati necessari ad affrontare il cambiamento climatico. La Regione lo presenta come una cooperativa di dati climatici, organizzata attraverso un accordo di consorzio: una forma diversa, che mostra come la costruzione di regole comuni possa nascere anche da un bisogno condiviso sul territorio.
In Germania, Bauform, costituita nel 2024, porta la cooperazione sui dati nella filiera delle costruzioni; nel giugno 2026 si è costituita anche ARKO, con 83 membri e il coinvolgimento degli ordini degli architetti, per sviluppare un’infrastruttura condivisa e accrescere l’autonomia dei professionisti rispetto ai fornitori tecnologici. In Spagna, intanto, l’esperienza si estende al settore vitivinicolo: Canary Wine, insieme all’Universitat Politècnica de Catalunya e alla Fundación INTEC, ha avviato un progetto di condivisione dei dati che i promotori descrivono come una cooperativa di dati, attraverso cui anche i piccoli produttori possono accedere a strumenti di intelligenza artificiale.
Queste iniziative hanno forme e gradi di maturità differenti, ma permettono di riconoscere una questione comune: come dare a chi produce dati la capacità di negoziarne gli usi e di partecipare ai benefici della loro elaborazione. Una comunità di conoscenza si costruisce anche attraverso questa capacità, quando i partecipanti concorrono a stabilire quali problemi affrontare insieme, quali servizi sviluppare e come impiegare il valore prodotto per accrescere le proprie possibilità di azione.
Con Confcooperative stiamo lavorando a un pilota in Sardegna e stiamo costituendo la prima cooperativa di dati in Italia. Il progetto si inserisce in questa prospettiva europea e pone al movimento cooperativo una questione che riguarda il suo stesso futuro: come estendere al sapere e agli strumenti dell’intelligenza artificiale quella capacità di organizzazione economica e di governo democratico che ha costruito in altri ambiti.
Governare insieme il sapere richiede anche di poter scegliere come viene organizzato e quali strumenti vengono impiegati per elaborarlo. Se una cooperativa affida i propri dati a un sistema del quale non può verificare le elaborazioni, modificare le categorie o sostituire il modello senza perdere la conoscenza accumulata, le decisioni dei soci restano subordinate alle scelte del fornitore. La possibilità di deliberare sugli usi del sapere deve quindi accompagnarsi alla possibilità concreta di intervenire sui sistemi che rendono quegli usi possibili.
Per questo abbiamo costruito XAB, un’infrastruttura cognitiva che accoglie le categorie delle comunità senza imporre un’ontologia di dominio, cioè uno schema prestabilito con cui classificare le realtà e le relazioni di un determinato ambito. Il modo in cui una comunità descrive il proprio lavoro, riconosce un problema e attribuisce significato alla propria esperienza può così concorrere a organizzare la conoscenza. XAB collega fonti diverse, dalla posta ai sensori sul campo, permettendo di mettere in relazione informazioni che altrimenti rimarrebbero disperse nei singoli strumenti attraverso cui sono state prodotte.
In questa infrastruttura i modelli di intelligenza artificiale diventano fungibili: possono essere sostituiti mentre memoria, conoscenza e relazioni restano alla comunità. È una condizione concreta di autonomia, perché il patrimonio accumulato nel tempo può continuare a essere utilizzato anche quando cambia il modello attraverso cui lo interroghiamo. La scelta dello strumento rimane così discutibile alla luce dei bisogni e dei fini della comunità, senza che ogni cambiamento comporti la perdita del lavoro già compiuto.
Allo stesso tempo, fonti, trasformazioni e autorizzazioni sono tracciate e verificabili: è possibile ricostruire da dove provengono le informazioni, quali elaborazioni hanno attraversato e a quali condizioni possono essere utilizzate. Questa possibilità di ispezione dà alla partecipazione un oggetto concreto, perché consente di verificare come le regole condivise trovino applicazione nell’uso del sapere. Un vincolo che non si può ispezionare difficilmente può essere governato.
L’infrastruttura è inoltre federabile: più comunità di conoscenza possono collegarsi conservando le proprie categorie e negoziando ciò che mettono in comune. Possono costruire servizi condivisi, mettere in relazione conoscenze maturate in contesti diversi e addestrare piccoli modelli specializzati su bisogni comuni; in prospettiva, possono condividere anche le risorse di calcolo necessarie a farli funzionare. La federazione permette così di sostenere insieme attività che una singola comunità avrebbe difficoltà a realizzare, mantenendo una responsabilità riconoscibile sulle risorse conferite e sugli usi autorizzati.
La sussidiarietà governa questo rapporto: al livello comune vengono affidati compiti e risorse attraverso un mandato, mentre le comunità conservano il governo dei fini e la possibilità di verificare come quel mandato venga esercitato. La capacità che costruiamo insieme deve accrescere quella dei soggetti che vi partecipano, rendendo la collaborazione compatibile con la loro autonomia.
È questo che chiamo mutualità cognitiva. Il beneficio mutualistico comprende la restituzione della capacità di comprendere, negoziare e decidere: riconoscere i criteri di una decisione, poterli contestare e concorrere a modificarli insieme a chi ne condivide le conseguenze. La partecipazione acquista così un contenuto che attraversa l’intero processo di produzione e uso della conoscenza.
Qui sta la scelta politica: vogliamo essere soltanto clienti del sapere che contribuiamo a produrre, oppure soci delle istituzioni che ne governano l’uso e ne indirizzano i fini?
Se questo patrimonio non lo organizziamo noi, continuerà a organizzarlo l’oligopolio delle grandi società tecnologiche, secondo una dinamica nella quale chi controlla l’infrastruttura accumula conoscenza e potere contrattuale, mentre chi ne dipende trova sempre più difficile sottrarsi alle sue condizioni. Ogni rinvio consolida questa asimmetria e prolunga la delega sul modo in cui il nostro sapere verrà trasformato e sugli scopi a cui servirà.
Nel 1844, a Rochdale, una città tessile dell’Inghilterra industriale, ventotto lavoratori misero insieme i propri risparmi per aprire un piccolo negozio. I loro salari erano bassi e il costo dei beni essenziali pesava sulle condizioni di vita delle famiglie. Acquistare e vendere insieme farina, avena, zucchero e burro era un modo concreto per affrontare quella difficoltà.
La scelta decisiva riguardava però il rapporto con quell’impresa: chi vi acquistava poteva diventarne socio, partecipare alle decisioni e beneficiare dei risultati economici che i suoi stessi acquisti contribuivano a produrre. Un bisogno quotidiano diventava così il fondamento di un’istituzione nella quale le persone organizzavano insieme la risposta e ne governavano le condizioni. È anche per questo che l’esperienza dei Pionieri di Rochdale è diventata un riferimento per il movimento cooperativo moderno.
Oggi quella possibilità riguarda anche il sapere. Possiamo mettere in comune risorse e conoscenze per costruire le infrastrutture di cui abbiamo bisogno, partecipare alle decisioni sul loro funzionamento e far tornare alle comunità il valore che contribuiscono a generare. La pretesa di governare l’impresa da cui acquistiamo si estende così agli strumenti attraverso cui conosciamo e decidiamo.
La dignità e il futuro del lavoro si giocano anche nella possibilità di governare l’esoscheletro che ci rende più forti, discuterne i vincoli e scegliere verso quali fini orientarne la forza. A questa possibilità appartiene anche la decisione su come il valore prodotto debba tornare alla comunità che lo genera, accrescendone le capacità e permettendole di costruire il proprio futuro.
Una comunità è come una casa comune, costruita affinché le fondamenta reggano non soltanto le stanze utili al presente, ma anche i piani che altri abiteranno in futuro e che nessuno ha ancora progettato. Chi vive oggi risponde dunque di due tempi: di quello che occupa e di quello che lascia.
Per questo il sapere che una comunità produce e custodisce, parola dopo parola, errore dopo errore, non è una provvista da chiudere in dispensa: è semente da conservare, germoglio da piantare, pianta da innestare, affinché quel giardino comune possa continuare a dare frutti, magari anche diversi dai nostri, legati da una genesi comune e alimentati da una forza che non si esaurisca nel singolo raccolto, ma che mantenga viva la capacità di generare e rigenerare.
Perché a chi verrà dopo non dobbiamo un silos o magazzino, ma una chiave: la possibilità di entrare, di capire, di dire «non è così», di rifare tutto daccapo ogni volta che il bene di tutti lo richiederà.
Grazie.